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Quando la sala del Centro Giovani Montanara la accoglie con un applauso sincero, lei sembra schermirsi a voler quasi scomparire. Appare davvero una Fiammetta, che è il nome affettuosamente vezzeggiativo che porta davanti a un cognome che incarna una delle pagine più importanti della Storia d’Italia, pagina di coraggio e di tragedia e di vergogna insieme: Borsellino.

Ma poi, quando inizia a parlare, quella Fiammetta inizia ad ardere e illuminarci. Con la forza di quella Storia di un uomo al servizio dello Stato, uomo poi tradito sia nella mancata difesa contro la vendetta della mafia (e non solo) sia nella mancata verità su quella strage di via D’Amelio e su una trattativa stato-mafia che apparirebbe perfino impronunciabile ed impensabile. E con l’alternarsi di serietà e sorrisi, amari, che tante volte abbiamo visto nei video e negli occhi del Giudice Borsellino.

Al suo fianco, Margherita Asta è dolorosa testimone di un’altra strage: a Pizzolungo la vittima doveva essere un altro Giudice, Carlo Palermo, ma l’autobomba finì per “cancellare” (è la sua stessa tremenda parola) la famiglia di Margherita, con la mamma e i due fratellini gemelli. E poi Vincenza Randa, vicepresidente di Libera.

Parole pacate, parole impregnate di dolore e talvolta di commozione, parole determinate: “perchè – alla fine – basterebbe che ognuno di noi facesse il proprio dovere e scegliesse il bene contro il male”. E quella piccola grande Fiammetta ci lascia una luce di speranza (leggetevi l’articolo di Chiara Cacciani che sulla Gazzetta di ieri ha raccontato l’incontro della Borsellino in carcere) e che ci chiama all’impegno e a non stare semplicemente a guardare, tanto meno ora che le mafie sono anche fra noi.

 

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