A chiamarlo Albertino anche ora, a 82 anni, credo si renda merito a due sue qualità: la mite gentilezza con la quale accoglie chi entra a Roncole Verdi e l’affettuosa ma anche lucida passione con la quale illustra ai visitatori quel singolare papà che ebbe in sorte, ovvero Giovannino Guareschi. Ogni volta è un’emozione, perchè ci si trova davanti

chi fu contemporaneamente figlio e personaggio nelle pagine guareschiane, che accanto alla saga famosissima di Don Camillo e al non abbastanza considerato Diario clandestino misero insieme anche un’altra saga familiare, che raccontava e reinventava la vita di Giovannino, della moglie “Margherita” (in realtà Ennia), appunto Albertino e Carlotta (la Pasionaria). E quello di Alberto è come un ulteriore racconto, che con le parole ma anche con i sorrisi e con gli sguardi sembra quasi prolungare le pagine di papà Giovannino.

Alberto è figlio devoto, anche se Guareschi non fu certamente un papà semplice. Un papà segnato soprattutto da una doppia prigionia: prima i due anni nel lager (per avere detto di no all’arruolamento nell’esercito della nazifascista repubblica di Salò), poi i 13 mesi in carcere a metà anni ’50 (per avere pubblicato delle lettere di De Gasperi che chiedeva agli Alleati di bombardare una zona di Roma per accelerare la fine di guerra: lettere probabilmente false, ma la condanna arrivò per Guareschi in un processo totalmente sbilanciato a favore del leader politico: non fu consentita la perizia calligrafica…). E fu proprio con Albertino che Guareschi volle poi provare a ritrovarsi, dopo la seconda prigionia, tornando nei luoghi della prima in Germania.

Sono storie di un Mondo piccolo che è diventato grande in tutto il mondo. Non è un gioco di parole: Don Camillo è, di tutta la Letteratura italiana, secondo solo al Pinocchio di Collodi per numero di traduzioni in tutti o quasi i Paesi del mondo. Storie di una casa-museo che si affaccia su un’altra casa che appartiene alla Storia: “l’abituro” (per usare le parole della targa) nel quale vide la luce quel Genio che fu Giuseppe Verdi. E anche questa, in un paese così piccolo che si misura a passi, è una singolarità che colpisce ed emoziona.

Alberto è circondato da nipoti che insieme a lui archiviano e catalogano lo sterminato archivio di Guareschi, che tantissimo produsse e che tanto si documentava quando aveva a che fare con un tema o un personaggio (e ovviamente allora gli archivi erano di carta, non digitali). Mentre nell’aria della casa-museo c’è ancora il profumo del camino all’ingresso, nelle mani di Alberto spunta un quadernino: piccolissimo, con scrittura fitta fitta. E’ il diario di un periodo durissimo: paradossalmente, la prigionia in Italia nel dopoguerra ferì Guareschi (oltre a provarlo fisicamente) ancor più di quella del lager, che aveva almeno la pur perversa “logica” della guerra e della cattura dei “nemici”. In San Francesco, invece, Guareschi si sentì vittima soprattutto di una ingiustizia, nel suo amato Paese e quindi ancor più dolorosa.

Eppure, quando Alberto mostra le pagine di quel quaderno, dal buio di quei momenti sbucano ad esempio i colori di un disegnino, che mostra la famiglia al completo con Giovannino, la moglie e i due bambini. Allo stesso modo, per tenersi vivo e per non cedere all’angoscia, Guareschi realizzò nel lager quello stupendo e già raccontato presepe di cartone, dove accanto alla capanna di Betlemme era disegnata la casa di Marore nella quale erano sfollati Ennia e i due bambini (Carlotta era nata quando il padre era già nel lager).

C’è sempre un aneddoto, c’è sempre una battuta o una vignetta a stemperare anche i momenti più drammatici di una vita travagliata. E l’ottantaduenne Albertino, che ha conservato il dono del candore di certe pagine del Mondo piccolo, non “solo” ci perpetua l’immagine e l’opera di uno scrittore importante (anche se emarginato da una parte della critica letteraria), ma ci offre anche la più importante e più attuale lezione guareschiana: ovvero la capacità di non odiare neppure i propri carcerieri e l’umanità necessaria per andare oltre i conflitti ideologici. E ci ricorda la lezione del saper superare perfino i contrasti accesissimi della guerra fredda, come quelli che opponevano Peppone e Don Camillo, sempre sull’orlo della rissa ma sempre capaci di solidarizzare quando lo richiedeva il bene comune.

E quanto sarebbe importante che ne fossimo capaci anche oggi…

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