Non “sono solo canzonette” nonostante il titolo di Bennato (avete visto la commozione al concerto del 1° Maggio con Imagine dedicata all’Ucraina?). E non sono solo 22 ragazzi in mutande che corrono dietro a un pallone quando si parla di calcio. Certo, a qualcuno saranno sembrati esagerati

i tanti titoli per lo scudetto vinto da Carletto Ancelotti alla guida del Real Madrid, peraltro uno dei team più abituati alla vittoria in Europa e nel mondo. E a qualcuno saranno sembrati esagerati i miei numerosi post su facebook sull’argomento e sul fatto che Ancelotti è il primo allenatore ad avere vinto lo scudetto in 5 Paesi diversi (Italia, Inghilterra, Francia. Germania, Spagna).

Semplici storie di pallone? Non esattamente, per quanto ovviamente il mondo oggi proponga temi ben più importanti e preoccupanti.

Lo sport, e soprattutto il calcio nonostante le sue distorsioni, propone sempre grandi spunti di riflessione. Sembra futile, ma è vita, diversamente da letteratura o cinema dove si può giocare di fantasia: qui è comunque tutto reale, ad iniziare dal sottile confine fra vittoria e sconfitta. E non si torna indietro: il rigore calciato alto da Baggio alla finale dei Mondiali, il recente e disastroso “liscio” del portiere di riserva dell’Inter che ha riaperto il campionato sono tutti momenti concretissimi e irreversibili, che aprono spazio a speculari gioie e dolori, individuali e di gruppo.

Si potrebbe dire: ok, ma che merito c’è nel vincere scudetti con Milan, Chelsea, PSG, Bayern e Real, ovvero con club tutti fortissimi? La vera impresa è quando lo scudetto lo vince un Verona o un Leicester… Anche questo è vero solo in parte, perchè più si sale di livello e di fama e più può essere difficile gestire un gruppo. Difficile fare una squadra di tante individualità di spicco, dove ogni giocatore è oggi anche una piccola azienda che deve curare anzitutto i propri interessi e dei propri procuratori, che ad esempio vengono messi in discussione dal diventare riserva a favore di un compagno più in forma (quindi nell’interesse della squadra, ma non proprio). Ci sono superingaggi, ma alcuni sono più “super” e questo può comportare invidie e contrasti.

Ecco perchè le cinque imprese di Carletto – che infatti è l’unico ad avere un simile palmares – non sono scontate, ma anzi fanno notizia. Sicuramente l’essere stato anche calciatore di ottimo livello lo ha facilitato nel capire la psicologia degli atleti che gestisce, diversamente ad esempio da Sacchi o altri che sono arrivati ad essere grandi allenatori ma senza avere l’esperienza del grande calciatore. E però, allo stesso tempo, sono pochi i calciatori di grande successo che poi sono stati allo stesso livello da allenatori, proprio perchè la loro bravura spesso innata di allora impedisce poi spesso di saper insegnare.

Insomma, il calcio è un semplicissimo e insieme complicatissimo meccanismo. Ancelotti ha saputo vivere 43 anni con la stessa naturalezza e modestia che vidi nel ragazzino che intervistai alla vigilia dello spareggio Parma-Triestina per la serie B (Vicenza, 1979). Avrebbe potuto schermirsi e nascondersi dietro la spalle larghe dei compagni più esperti (Bonci, Scarpa, Boranga…) e invece mi rispose conscio che quella partita lo attendeva da protagonista. E infatti segnò proprio lui i due gol che decisero la gara e diedero la promozione al Parma nei tempi supplementari.

Recentemente è stato ricordato il curioso episodio che lo vide in campo – giovanissimo – a rafforzare la squadra del film Novecento di Bertolucci nella sfida contro la troupe del Salò di Pasolini. E il regista bolognese, che allora si arrabbiò molto per questi innesti di giovani del vivaio del Parma, oggi sarebbe forse lieto di leggere su Ancelotti le parole di un grande ex calciatore come Jorge Valdano alla Gazzetta dello sport: “Ancelotti conserva ancora intatto il suo originale spirito rurale. E’ straordinario che parli di suo padre o suo figlio con tanto amore. Ha equilibrio e rispetto difficili da trovare nel calcio”. Ha fatto eco Arrigo Sacchi: “Ha tante qualità, ma a vincere è quella umana. E’ modestissimo”.

E’ uno dei pochi personaggi, insieme a Correggio e al…Parmigiano-Reggiano, capace di mettere d’accordo le due sponde dell’Enza. Ecco: per tutto questo, la storia di Carletto Ancelotti contiene allo stesso tempo la lezione dello sport che è continua capacità di milgiorarsi per vincere (almeno la sfida con sè stessi, ma cercando anche di superare correttamente gli altri), ma anche la lezione che tiene insieme ambizioni e modestia, con la continua consapevolezza di dover studiare e aggiornarsi e crescere. No, non sono solo canzonette o calci al pallone: è una lezione di successo, e soprattutto di lavoro, che ha tanto da insegnare a ciascuno di noi.

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