A qualcuno piace calda. Non l’estate, ma la lettura: quando il termometro indica temperature impossibili per chi è in città, un ottimo rimedio per non affaticare il corpo e per irrobustire la mente è leggere. E a Parma certamente

non mancano occasioni e titoli.

Così, in questa stagione da record poco simpatici e in mezzo a notizie vicine e lontane che non sono le più indicate ad alzare il morale, ho iniziato (e proseguirò) una serie di interessanti letture di produzioni parmigiane, anche se spesso l’orizzonte è ben oltre i nostri confini.

Ad esempio sulla guerra. Il caso ha voluto che prendessi in mano in sequenza due libri che raccontano storie lontane 80 anni, ma che proprio per questo ci dicono quanto sia enorme ed orrenda la stupidità umana che ancora conduce a quelle tragedie. Enzo Mari tenne diligentemente nota del proprio “Diario di prigionia di un Militare Italiano” e nei mesi scorsi quel diario è diventato un libro, edito da Kriss.

E’ una testimonianza preziosa. Quella degli IMI (Internati Militari Italiani) è la situazione che vissero nei lager i soldati che all’indomani dell’8 settembre mantennero il giuramento di fedeltà all’Italia e al suo Re, e rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e alle lusinghe tedesche, che di fronte al rifiuto si trasformarono in prigionia nei campi di concentramento. Diversi dai campi di sterminio, ma comunque scanditi da violenze, umiliazioni e difficili condizioni di sopravvivenza (infatti in tanti non tornarono).

Il più famoso di loro è Giovannino Guareschi, che ne trasse il nobilissimo “Diario clandestino”. E la testimonianza di Mari, asciutta e cronistica ma anche carica di sentimento, si aggiunge ora preziosissima, a ricordare quel dramma che si potrasse per diversi mesi oltre il 25 Aprile 1945, prima che la loro insolita situazione venisse finalmente risolta. E ringrazio Massimo Mari per avere voluto questa pubblicazione e per avermela fatta conoscere.

Ma questi 80 anni sembrano passati invano, a leggere le pagine di “Da Leopoli a Kiev”, nelle quali Luigi Alfieri ha raccontato in modo inusuale la guerra tra Putin e Zelensky. “In viaggio” è la chiave, come riporta il sottotitolo, perchè il racconto è quello della Missione Valentina, che in più riprese ha unito la generosità di Parma e la tragedia dell’Ucraina, con un carico (ripetuto) di aiuti umanitari per quella popolazione.

Alfieri non ha bisogno di presentazione. Ha unito il racconto diretto del cronista che vuole toccare con mano (e che si è spinto anche a un altro dramma: Chernobyl) alle riflessioni che nascono dallo studio, perchè è a 60 anni che si capiscono meglio le cose imparate al liceo. E si capisce come attraverso il pensiero dei grandi si possa filtrare, e capire meglio, l’attualità e spesso la tragica stupidità dell’oggi. Così il libro (edito da Cinquesensi) colpisce doppiamente: per il racconto dei paesaggi di morte e per la continua ricerca delle spiegazioni. Ma non le spiegazioni di superficie, bensì quelle legate – ad esempio – alle ricchezze del territorio ucraino e agli appetiti (non solo russi) che vi si muovono intorno. Se ne esce arricchiti e avviliti insieme, magari ripensando proprio a quegli 80 anni passati davvero inutilmente per l’umanità.

Dal globale al locale, ho concluso la lettura – iniziata in campagna elettorale – della “Cronaca di uno scandalo parmigiano”, di Luigi Derlindati per le edizioni Derlo. Lo scandalo è, per usare le parole della copertina, “l’iniquo linciaggio del sindaco di Parma Pietro Vignali, un uomo libero che si oppose ai poteri forti e salvò la città dalla bancarotta”.

Il racconto e le riflessioni di Derlindati sono indubbiamente interessanti e fanno a loro volta riflettere su più di un punto. Anche se poi (e già il sottotitolo che ho appena citato lo dice) si passa forse dal “linciaggio” alla beatificazione. Esagerata. Ferma restando la sostanziale onestà di Vignali ed anche a prendere per buona l’interpretazione del patteggiamento, restano nel racconto almeno due buchi: il mancato controllo su alcune vicende capitate intorno al sindaco, in quei casi non tutte finite in fumo giudiziario, e la troppo facile dissociazione dai progetti di Ubaldi. Vignali fu fedelissimo assessore ai trasporti (anche nell’iniziale progetto della metropolitana) e fu eletto in una lista che di Ubaldi portava perfino il nome: troppo facile prenderne le distanze dopo… Se al posto di Vignali Ubaldi avesse candidato un altro nome, quello – e non lui – sarebbe stato il sindaco del 2007: Vignali definì Ubaldi il suo “maestro” e ne avallò la visione della città per 10 anni e anche per alcuni dei mesi successivi. Quindi non fu lui a “salvare la città dalla bancarotta”, ma semmai fu anche lui parte di quella stagione che rese la bancarotta una minaccia concreta. Però, come dicevo all’inizio, sicuramente è una lettura interessante – e gradevole – che pone anche interrogativi concreti.

Storicamente più lontana, ma su un tema intrigante, è la pubblicazione di Fiorenzo Sicuri: “All’Oriente di Parma. Storia della Massoneria parmense” (ed. Archivio Storia). Non aspettatevi rivelazioni sulla Parma di oggi: qui si parla del 1700, e Sicuri lo fa con il rigore e la passione dello storico con cui si è fatto apprezzare negli anni a Parma (oltre che come insegnante e anche come politico).

Certo, verrebbe subito voglia di leggere di ‘800, ‘900 e terzo millennio. Ma intorno alla massoneria, Sicuri ci regala preziose testimonianze su un’epoca felice per Parma (“Atene d’Italia”: le esagerazioni erano già di moda in città…) e allo stesso tempo complicata. Ed è bello anche comprendere quanta pazienza e quanta prudenza vi siano dietro una seria ricerca storica, specie quando le fonti non abbondano e vanno pure prese con le pinze. Davvero un contributo prezioso al racconto della storia di Parma.

Mi ero già occupato in precedenza de Il volo dell’airone sulla carriera di Vittorio Adorni scritta con Alessandro Freschi per Kriss, così come ora va riscoperto “Parma, agosto 1922”, che proprio nei giorni che ricordano il centenario delle Barricate offre una lettura a più mani: 7 racconti contemporanei (Claudio Bargelli, Ciro Bertinelli, Matteo Billi, Maristella Galli, Alice Mainardi, Riccardo Pedraneschi, Riccardo Zinelli) per Massimo Soncini editore.

Da ultima, la lettura di un libro non recente ma che mi incuriosiva da tempo: “Ho sposato mia nonna”, di Tito Pioli (ed. Del Vecchio, 2017). Pioli ha davvero qualcosa di visionario nel suo scrivere, mescolando realtà (nomi di personaggi reali compresi) e voli surreali, spesso capaci insieme di far sorridere e riflettere. Non sono un critico letterario, ma mi pare un ulteriore e originale capitolo di una vena che dalle nostre parti si ritrova anche nei testi di Gene Gnocchi e, ancor diversamente, di Paolo Nori.

Ma al di là delle classificazioni che è giusto lasciare agli esperti, ha ragione chi scrive che le invenzioni di Pioli sanno incantare. E, per tornare al tema da cui eravamo partiti con i primi due libri, come non provare a credere per davvero che perfino le guerre cesserebbero se si riuscisse (come nel libro) a bombardare le zone dei conflitti con la Nutella…?

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