Questa è la ricerca che più mi ha appassionato e arricchito, in 64 anni da studente (sì: anche a 64 anni si può e anzi si deve essere ancora studenti…). Tuffarmi nella storia di un film fantasma, che rappresenta davvero un unicum nella storia del Cinema e della Cultura italiana, mi ha consentito di approfondire ulteriormente due personaggi come Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi. Due figure diversissime, due ideologie perfino

opposte, seppure con imprevedibili episodiche assonanze.

“La Rabbia” è un film nato, e subito dimenticato, nel 1963. Pasolini si vergognò della parte di Guareschi, che fu ingiustamente definita nazista, e volle “ritirare” la sua firma; Guareschi non ne fu a sua volta molto soddisfatto e ammise di essere stato “troppo polemico”; la critica…lo criticò; il pubblico fu freddo ma non ebbe quasi il tempo di giudicare: dopo pochi giorni il distributore decise infatti di ritirare la pellicola dalle sale. Ne sono seguiti sei decenni di oblìo, interrotti solo nel 2008 quando Giuseppe Bertolucci restaurò la pellicola e recuperò anche la versione originaria, che doveva essere firmata dal solo Pasolini. Ma in quella occasione uscirono nuove critiche sulla parte firmata da Guareschi, definita “razzista” dallo stesso Bertolucci, e le polemiche avvolsero e vanificarono anche questa promettente operazione-recupero.

Ora, a pochi mesi dal 60° anniversario della ingloriosa uscita del film, ho dedicato a La Rabbia una ricerca che ha preso corpo in un libriccino: “Pasolini-Guareschi: che Rabbia…” (edizioni Athenaeum), che nasce a margine del Corso universitario di Giornalismo laboratoriale, dove fra l’altro anche un mio studente si sta occupando del film con una tesi che nasce dalle carte dell’Archivio Guareschi, da cui spero possano uscire ulteriori elementi.

Ma perchè riparlare di un film che fu, ed è tuttora ritenuto, un fallimento? Perchè a mio avviso è anche un’opera preziosissima, che oggi paradossalmente può apparire ancora più attuale. Sì, perchè non stiamo parlando di un “bel” film. Anzi, per la verità più che un vero film è un film-documentario, seppure con straordinarie reciproche invenzioni anche nella forma: è il commento delle immagini dei cinegiornali dell’epoca, suddiviso in due parti uguali di cui la prima col commento di Pasolini e la seconda con le parole di Guareschi. E’ un film apparentemente datato, eppure attualissimo come dicevo; è un film pieno di difetti e con alcuni speculari abbagli.

Però è anche uno scrigno di straordinarie intuizioni: ad esempio quelle di Pasolini sul ruolo dell’Africa (tema sul quale invece Guareschi ebbe qualche forte caduta di stile ai limiti del razzismo, anche se questa parola non gli si può davvero abbinare); oppure quelle di Guareschi sul comunismo sovietico, al quale invece Pasolini affidava ottimistiche ed acritiche speranze.

Ma ci sono anche alcuni punti in comune. Uno, in particolare: l’aver capito (seppure in pieno e celebratissimo boom economico) che il passaggio dell’Italia dalla secolare civiltà contadina all’industrializzazione consumistica non sarebbe stato un vero “progresso”. Così come il mondo avrebbe dovuto guardarsi – oltre che dai sovietici temuti da Guareschi – dagli appetiti degli Usa e della Cina (critiche, queste ultime, che sorprendentemente non arrivano da Pasolini ma da Guareschi, che individua anche le insidie della allora giovane televisione, a cui Pasolini avrebbe poi dedicato lucidissime analisi soprattutto negli Scritti corsari degli anni ’70 poco prima della sua morte). E poi le riflessioni di entrambi sulla guerra, che purtroppo si attagliano perfettamente anche ai nostri giorni.

Pasolini, da parte sua, ci regala uno straordinario esperimento di cinema-poesia (basti dire che le voci che leggono i suoi testi sono di Giorgio Bassani e Renato Guttuso), che trova il suo culmine nel brano dedicato a Marilyn Monroe, morta pochi mesi prima, nel quale anticipa un altro suo tema che tornerà nel decennio successivo: la mercificazione e lo sfruttamento anche dei corpi e della Bellezza, da parte della nuova società edonistica.

Insomma, io credo sinceramente che sia un documento imperfetto ma eccezionale e da riscoprire. La mia proposta, già anticipata e che qui rinnovo, è che Parma (città con cui la storia del film si intreccia più volte per diversi motivi) ospiti il 13 aprile 2023 – a 60 anni esatti dalla prima uscita – un convegno a livello nazionale, per proiettare e parlare del film in entrambe le sue versioni, con ospiti nazionali di idee diverse che possano darci una lettura aggiornata e completa, senza i pregiudizi di allora, e che ci aiutino a decifrare quanto ancora possono dirci sia Pasolini che Guareschi. Ne riparleremo, e non solo – credetemi – per promuovere il libro da oggi nelle librerie parmigiane, ma anche per riflettere sull’eterna sfida tra Destra e Sinistra, le due ideologie imperfette e incompiute.

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