A qualcuno darà fastidio, che quel delitto efferato diventi una serie tv. E il rischio della spettacolarizzazione,

in effetti, ci può essere. Ma stavolta, in attesa di vedere come sarà applicata, l’idea di riparlare del massacro del Circeo può essere solo salutare, in un Paese che rispetto alla sua storia recente è ignorante o smemorato o indifferente. E dobbiamo essere grati a 7 (il settimanale del Corriere della sera) che a firma Costanza Rizzacasa d’Orsogna ne ha preso spunto per una rievocazione con tanti spunti di riflessione.

Allora ricordiamo innanzitutto i fatti. Fine settembre 1975: un terzetto di giovani della cosiddetta “Roma bene” sequestrano, violentano e torturano due ragazze che avevano accettato il loro invito a “una festa”. La 17enne Donatella Colasanti muore, e sembra morta anche la 19enne Rosaria Lopez: ma prima si sbarazzarsi dei due cadaveri, i tre lasciano l’auto parcheggiata in strada di notte; e la ragazza, risvegliatasi, riesce con le ultime energie a dare calci sul cofano invocando aiuto. Così l’agghiacciante violenza viene scoperta.

Fu un delitto emblematico, anche per il successivo processo nel quale i difensori dei tre (tutti militanti in gruppi di estrema destra) cercarono di colpevolizzare le due vittime, in un’epoca nella quale la violenza sessuale era ancora considerata poenalmente come una offesa alla morale e al pudore e non un delitto contro la persona… Fu emblematico anche per qualche copertura che sicuramente favorì la fuga di uno dei colpevoli, in parallelo a quanto spesso avveniva anche per i terroristi di quella parte.

Ma quel tragico fatto fu anche lo spunto per una delle più lucide e famose analisi di Pier Paolo Pasolini, in quello che sarebbe rimasto l’ultimo dei suoi “Scritti corsari” poche settimane prima di venire a sua volta ucciso, in circostanze mai del tutto chiarite. Pasolini non si accontentò della “rassicurante” etichetta (vista da sinistra) della violenza “pariolina e fascista”. Citando alcuni episodi di violenza avvenuti in quel periodo ad opera di giovani proletari delle periferie romane, lo scrittore parlò invece di “ambiente criminaloide di massa”, per la diffusione omologante fra i vari ceti sociali di un modello piccolo borghese dominato dal mito dell’arricchimento e del consumo, che stava perdendo la distinzione fra bene e male.

Parole anche in quel caso “profetiche”, se le misuriamo sulla realtà di oggi. Così come non sono certomeno attuali le due provocatorie proposte che Pasolini portò avanti allora: abolizione della scuola dell’obbligo e della televisione. La prima in quanto appunto iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese; la seconda in quanto fonte di modelli irraggiungibili e quindi origine di aggressività sociale diffusa. Al di là della doppia provocazione, chi non coglie in quelle parole una anticipazione della moltiplicazione della prepotenza che è oggi pane quotidiano nelle nostre cronache?

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