Provate a contarle. E’ una squadra di calcio di “cicche”: un mozzicone per ogni cubetto di porfido o simile.

Ora moltiplicate per

il numero dei cubetti: già davanti a una singola fermata di bus raggiungerete quasi il centinaio… Poi “divertitevi” a moltiplicare per il numero delle fermate del bue (e non solo) e a immaginare con quante migliaia di cicche stiamo arredando la città… E poi, ad esempio,

guardate questa seconda foto, stavolta nel cuore della città in Piazza Garibaldi…

A proposito di Piazza Garibaldi, nei giorni scorsi il collega Giovanni Ferraguti, col suo occhio attentissimo ad ogni angolo di Parma, ha pubblicato questa foto dell’ingresso – sotto gli occhi di tutti i passanti e turisti – dell’ex Cobianchi, ovvero lo spazio sottostante alla stessa Piazza.

Perchè parto proprio da qui per un articolo e una serie che pomposamente ho titolato “Per un Manifesto della Parmigianità”? Lo spiego iniziando proprio dal titolo: da anni sento parlare, specie di fronte alla “invasione” extracomunitaria, di Parmigianità in pericolo. Ma nessuno mi ha mai spiegato bene di quale parmigianità stiamo parlando, di quali regole da proteggere e soprattutto di quali valori da preservare rispetto ai pericoli dell’invasione (sempre fra virgolette).

Sui social, uno dei temi più ricorrenti è la lamentela per le condizioni in cui “si è ridotta la città”. E non è certo un tema sbagliato, come soprattutto la sequenza di Ferraguti dimostra. Quello che è sbagliato è circoscrivere il tema a due bersagli: l’Amministrazione e gli extracomunitari, magari ripescando qualche foto di Piazza della Pace o del Parco Falcone Borsellino.

Certo, i primi doveri sono quelli dell’Amministrazione. L’immagine della città, una città che voglia esaltare la sua vocazione turistica, deve essere ineccepibile per chi la visita. E qui non importa chi sporchi: occorre una piccola task force – in collaborazione con Iren e volontari – che intervenga a rimuovere ogni immagine di degrado, esattamente come faremmo a casa nostra in attesa di ospiti (e non solo) indipendentemente dal fatto che a sporcare siano stati figli, marito o moglie.

L’aspetto esteriore di una città non è un tema secondario. A Parma lo spartiacque fu a inizio anni ’80 il volume “Parma una città senza amore”, nato dalla passione e dall’impegno di Pier Maria Paoletti e di Italia Nostra. Un giornalista ed una associazione, poi supportati dalla Gazzetta e della opinione pubblica, che fecero nascere un vero e proficuo dibattito di fronte a troppi e importanti luoghi della città immersi nel degrado e nell’incuria.

Le fotografie di Giorgio Patrizi dicevano già tutto, prima ancora delle parole della denuncia di di Paoletti. Fu un importante e felice esempio di fotogiornalismo di denuncia costruttiva, e le giunte di allora dovettero tenerne conto intervenendo quanto meno nelle situazioni più evidenti.

Un grande impulso alla sistemazione della città, va poi riconosciuto agli anni del sindaco Ubaldi: lì ci fu un indubbio cambio di marcia, e diversi angoli di Parma ne vennero valorizzati o restituiti a splendori ormai dimenticati. Qualcosa fu fatto anche in seguito e anche negli anni recenti (mi viene in mente l’abbattimento del muro di viale Piacenza che ha permesso di riscoprire e valorizzare il lato B – sia detto con rispetto… – del Palazzo Ducale). Ma è indubbio che in questi anni complicati anche l’attenzione per il decoro urbano – si pensi alle stesse mascherine rese necessarie dal covid e spesso diventate rifiuto sparso qua e là – è un po’ scemata. Senza contare l’ormai decennale polemica sulle modalità della raccolta differenziata, che produce la moltiplicazione dei sacchi del “rudo” spesso sotto gli occhi dei visitatori anche in prossimità di monumenti importanti.

Ai governanti del Comune (e a Iren) possiamo e dobbiamo certamente chiedere di più. Prima parlavo di “task force” del decoro, così’ come abbiamo gli ausiliari della sosta e magari proprio con immediate sanzioni per chi fosse visto imbrattare in qualsiasi modo la città. Se esistono modalità alternative per i rifiuti (non certo tornando ai vecchi cassonetti, che decorosi non erano a loro volta), si copino gli esempi virtuosi di altre città italiane e europee, anche se le risorse finanziarie imporranno probabilmente interventi a stralci.

Ma contemporaneamente tocca anche a noi fare la nostra parte. I mozziconi della foto principale parlano chiaro. E le m…. di troppi cani, che troppi proprietari non si curano di rimuovere dai marciapiedi, sono doppiamente disturbanti. Poi appunto le mascherine ecc.

Allora, se vogliamo partire dalla esteriorità (ma una esteriorità che ha effetti concreti), la prima regola che potremmo inserire in un ipotetico Manifesto della Parmigianità potrebbe essere proprio questa: l’amore per Parma, la cura per i suoi angoli e per i suoi monumenti. In centro, ovviamente, ma – perchè no? – anche in periferia. Non per l’ipocrisia di nascondere sotto il tappeto altri e certo non secondari problemi, ma perchè il rispetto dell’arredo urbano, peraltro neppure troppo faticoso, potrebbe essere davvero il primo gradino nella creazione di una nuova condivisione della cosa pubblica, nell’interesse di tutti. Poi, nelle prossime puntate, parleremo anche d’altro.

Quindi, il primo punto di un Manifesto della Parmigianità, da condividere fra parmigiani e nuovi abitanti, potrebbe essere: 1) Parmigianità è innanzitutto prendersi cura della città, non sporcandola e non deturpandola, ed anzi contribuendo alla sua pulizia affinchè turisti ed altri visitatori possano avere l’immagine di una città ben tenuta e rispettata da chi la abita. E’ un impegno che non può riguardare solo chi governa, ma anche e soprattutto noi.

PER UN MANIFESTO DELLA PARMIGIANITA’: SCRIVIAMOLO INSIEME. Scrivete le vostre considerazioni inviandoci un commento a questo articolo, utilizzando lo spazio qui sotto.

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