Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito è diventato un caso nazionale, e non può dunque non riportare alla memoria – pur con tutte le nettissime differenze – una vicenda che nei primi anni ’80 ebbe il suo centro proprio a Parma. Allora si trattava di tre detenuti sospettati di appartenere all’area del terrorismo rosso, e in particolare di far parte del gruppo “Prima linea”.

Ciro P., Roberto P. e Giovanni V. erano reclusi in San Vittore, dove erano anche scoppiati dei disordini, e due di loro erano in attesa di giudizio. R.P. e G.V. vennero trasferiti nel carcere parmigiano di San Francesco, che era dotato di un centro clinico e il loro caso stava iniziando a fare notizia anche a livello nazionale. Il ministero della Giustizia, dapprima attraverso il direttore del carcere e poi con lo stesso ministro Darida, pensò di risolvere la questione dei digiunatori attraverso la richiesta di alimentazione forzata tramite Trattamento Sanitario Obbligatorio, che si sarebbe dovuto disporre da parte del Comune di Parma (il TSO viene spesso utilizzato in caso di crisi di pazienti psichiatrici e deve appunto essere autorizzato dal sindaco o da un suo delegato, solitamente l’assessore alla sanità).

Ma in quel caso a Roma pescarono malissimo. A Parma, in quel novembre 1981, c’era una giunta socialcomunista che aveva – fra le altre – due straordinarie personalità: il sindaco socialista Lauro Grossi e l’assessore alla sanità Mario Tommasini, “eretico” personaggio di spicco del Pci. Le risposte di Tommasini e Grossi al ministro romano furono da manuale: Tommasini scrisse che il Ministero non poteva “riversare la responsabilità della situazione carceraria su una amministrazione civile”. E quando Darida tentò goffamente di insistere, fu direttamente Grossi a replicare al ministro, sfidandolo a illustrare quale normativa avrebbe dovuto imporre al Comune l’obbligo di TSO e alimentazione forzata, e aggiungendo che “si rafforzava l’opinione sul tentativo di riversare su Parma competenze e responsabilità che le sono istituzionalmente estranee”.

Ma non fu Darida l’unico bersaglio degli amministratori di Parma. Il presidente del Tribunale di Milano – al quale il Comune si era rivolto con la prehiera di fissare le udienze per i detenuti digiunatori – ebbe infatti la “bella idea” di attaccare il sindaco, scrivendogli che il suo intervento sui “brigatisti digiunatori” sarebbe stato completo “se avesse investito anche le penosissime condizioni delle vittime dei brigatisti”. Lauro Grossi ci mise poche ore a mettere a segno una risposta in contropiede: “Noto anzitutto con meraviglia e indignazione che ella, magistrato, non si perita di definire ‘brigatisti digiunatori’ dei cittadini in attesa di giudizio”. E dopo avere ricordato che dal Comune di Parma e da lui personalmente c’era sempre stata la “inequivocabile condanna di tutte le azioni eversive”, segnalò le parole del presidente milanese al Presidente della Repubblica, e quindi anche capo del CSM, di allora: Sandro Pertini.

Nel frattempo, sui due versanti della giunta si erano mobilitati anche il parlamentare socialista Dino Felisetti, presidente della Commissione Giustizia della Camera che andò a visitare i detenuti digiunatori insieme agli amministratori parmigiani, e il presidente comunista dell’Azienda sanitaria Vincenzo Tradardi, che mise in campo una commissione di psichiatri e mdici legali che esclusero che nei due detenuti ci fossero le condizioni psichiatriche che potessero autorizzare il TSO e l’alimentazione forzata.

Alla fine di un lungo braccio di ferro, nel quale Parma tenne sempre il punto, prevalse il buon senso: i detenuti accettarono di tornare ad alimentarsi; i processi vennero finalmente fissati e nel frattempo per i due parmigiani ci fu la semilibertà con ammissione al lavoro esterno; Parma ospitò nel frattempo un importante convegno su ruolo e funzione del carcere, e la vicenda riprese il suo corso normale.

Erano i tempi in cui la politica onorava il suo primato nell’affrontare le questioni della società. Una politica, quella sì, di alto profilo…

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