All’inizio sembra una montagna da scalare: 30 ore di parole e di cose da raccontare provocano quasi una sindrome da foglio bianco, che mi era sconosciuta quando lavoravo. Poi, invece, succede che
il tempo inizia a volare,e quando arriva l’ultimo giorno quasi dispiace, anche perché mi accorgo che nel disordine sono rimaste fuori duemila cose che forse avrei dovuto dire, che forse per loro sarebbe bene sapere, per capire meglio che il mondo appena fuori dal portone dei Paolotti non è come loro.
Non è un applauso o un complimento il vero stipendio (quello ufficiale è tale da non poter neppure pensare di poterlo offrire a un giovane: va bene solo per pensionati come quasi-volontariato culturale). No: ciò che davvero ripaga è avere davanti per un mese una bella, bellissima giovane Italia: visi, sorrisi e valori multiregionali (il 90% degli studenti di Giornalismo è da fuori regione) che rimettono in pace con la fiducia nell’umanità e nel suo futuro. Pur sapendo che, appunto appena fuori dal portone dell’università, ragazze e ragazzi troveranno tanto fango e tanto buio.
Arrivano qui pieni di dubbi, e pieni di dubbi li ho lasciati: anzi, forse a qualcuno li ho pure aumentati… Ma spero che le lezioni dell’anziano prof, e i discorsi realizzati “with a little help from my friends”, abbiano disseminato anche passione, curiosità e non da ultimo spirito di competizione. Tutti elementi che dovranno instillare, pur nel godere questo ultimo invidiabile e irripetibile biennio da studenti, per essere poi davvero bravi Umanisti del giornalismo o dell’editoria.
Quello che serve – in realtà – lo hanno già dentro , proprio come negli articoli da cui io chiedo di trarre titoli e incipit efficaci. E se a lezione ho dimenticato di dire alcune cose “tecniche”, forse in realtà c’è una sola cosa che valga la pena di raccomandare: non abbruttitevi mai, e non cancellate (o non fatevi cancellare da nessuno) la vostra grande, e spero anche futura, Bellezza.
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