Farebbe ridere i polli se qualche partito o associazione culturale proponesse Giovannino Guareschi come riferimento di sinistra. E sì che
Giovannino ebbe guai per avere detto in pubblico ciò che pensava di Mussolini (cioè male) e soprattutto si fece due anni nei lager per non avere aderito alla repubblichina nazifascista di Salò…
E ha fatto ridere i polli (o forse ha ingannato qualche pollo…) il raffazzonato e goffo tentativo, nella forse troppo densa kermesse di Atrejeu, di collocare in qualche modo Pier Paolo Pasolini in uno spirito, seppur parzialmente, di destra. Certificando, per lo più, il modesto valore intelettuale degli intellettuali della rassegna e dei dintorni.
“Reazionario o tradizionalista” aveva esordito Annalisa Terranova del Secolo d’Italia. Aggiungendo poi la parola magica: “nostalgico”, che quasi sempre abbiniamo proprio a politici o simpatizzanti di destra. Nostalgico? Sì, forse a volte: ma nostalgico di una civiltà contadina e con il senso della sacralità della vita che è l’esatto contrario del mondo che da Trump alla governante italiana (nel senso di colei che governa l’Italia, aggiungo per evitare equivoci con la vicinanza alla parola Trump…) si sta apparecchiando intorno a noi. L’era del consumismo, dell’economia imperante e disumanizzante, delle sperequazioni, dei gruppi sociali emarginati e della violenza come mezzo di risoluzione delle contese, anche internazionali.
Un altro celebre intellettuale, Ignazio La Russa, ha poi ricordato che fu il PCI ad espellerlo per indegnità morale aggiungendo che nella storia del MSI non si giudicano le persone per le loro scelte omosessuali. Già: chissà di che partito era segretario quel tal Almirante che definì Pasolini “l’emblema dell’assenza totale di freni morali”; e chissà da quale mondo politico provenivano i raffinati intellettuali che in più occasioni, alle prime dei suoi film o in occasione di alcuni convegni, accolsero Pasolini con un lancio di finocchi. E sempre a proposito di prime di film, chissà di quale versante politico era quel settimanale che con ironica soddisfazione accolse una aggressione al regista alla prima del suo secondo film: “Hanno battuto le mani a Mamma Roma sulla faccia di Pasolini”…
Si potrebbe già chiudere qui per dire che ad Atrejeu su Pasolini avrebbero dovuto pronunciare una parola sola: “Scusa”. E poi: “Ma Pasolini da ragazzo rientrava nei GUF”, ha ricordato qualcun altro come fosse la prova di un suo precocce destrismo: forse occorrerebbe ricordargli che all’epoca nei GUF (gruppi universitari fascisti) c’erano praticamente tutti, non essendo il fascismo un regime esattamente democratico e libertario…
Andiamo avanti. Qualcuno ha citato le “piccole patrie”, dimenticando (o non sapendo) che ai tempi di Casarsa ebbe problemi proprio per il suo amore per dialetto – o meglio “lingua” – friulana, poiché il fascismo era contro pure ai dialetti. Qualcuno ha invocato la sua lettura dello stragismo come affine a quelle della destra: altra menzogna, poiché Pasolini (anche nel suo famosissimo articolo “Io so”) ebbe sì l’intuizione di tirare in ballo direttamente anche il Palazzo della politica, ma senza certo dimenticare i golpisti e gli esecutori delle stragi, tutti descritti esplicitamente come neofascisti.
L’amore per le periferie? Non sembrerebbe che i giovani borgatari dei suoi primi romanzi e film se la passassero molto meglio di chi vive in periferia sotto l’attuale governo, che anzi non ostacola certo il crescere della forbice economica fra i gruppi sociali.
Fossero stati discorsi seri, ad Atrejeu avrebbero semmai cercato di raccontare (ma per raccontare bisogna prima studiare) i motivi dell’incontro con Ezra Pound e soprattutto la voglia di incontrare giovani neofascisti: sì, ma per parlare con loro. E non certo per avallarne le idee, bensì – come lui stesso scrisse per spiegare – perché “non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero”.
Infine non credo che sia stato esattamente un caso se l’ultima sua opera cinematografica, che è anche la più cupa e la più immersa nell’orrore di cui è capace l’umanità, Pasolini l’abbia trasportata e ambientata nella repubblica di Salò… Siamo seri, per cortesia. Se vi interessa Pasolini, innanzitutto leggetelo e studiatelo; proprio come occorrerebbe fare con Guareschi: non per cucirgli addosso casacche di sinistra (che appunto farebbero ridere i polli come le frasi circolate intorno ad Atrejeu) ma semmai per cogliere la lezione onesta e appassionata di intellettuali che, al di là della loro chiara militanza di parte, avevano il culto dell’ìndipendenza e dell’onestà intellettuale. Quelle che oggi tanto ci mancano.
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