Bisognerebbe trovare la forza di staccare gli occhi da luminarie, smartphone e social, e di metterli per qualche minuto davanti allo

specchio. E forse solo allora, uscendo dal rituali sempre più sterili e ripetitivi di facebook e simili, potremmo farci una domanda semplice semplice: “Ma noi così stiamo bene?”.

Se vi sembra una banalità, provate a fare un giretto fra i post vostri e altrui (media locali compresi) soffermandovi soprattutto sui commenti. Insulti, denigrazione, palesi falsità (le ho sperimentate anche direttamente), bestemmie… Tutto grasso che cola per chi coi social ci vive e ci fa i milioni, ma per noi?

Ci stiamo imbruttendo giorno dopo giorno, ed il bello (anzi il brutto) è che neppure ce ne accorgiamo. Che sia politica o calcio, che si parli di rifiuti cittadini o di gossip, ogni occasione è buona per scagliare livore e offese a chiunque: un arbitro, un allenatore, un sindaco, una premier o una leader d’opposizione a seconda del rispettivi indirizzi politici. E che la violenza che ci circonda non sia solo verbale non c’è bisogno di aottolinearlo, da Parma al mondo…

La Parma che sapeva sdrammatizzare con una battuta sembra un pallido ricordo. Ed è sconcertante che chi si preoccupa per la parmigianità messa a rischio dai troppi stranieri non si renda conto che nel frattempo la parmigianità vera (e positiva) l’abbiamo già smarrita quasi completamente in noi stessi: figuriamoci quindi se potremo insegnarla ad altri…

Ancor più assurdo che, a fronte di tali nostri esempi, ci stupiamo poi della violenza e del rigetto che allignano fra i ragazzi. Qui, certamente, un problema di integrazione – anche delle cosiddette seconde generazioni – c’è. Ma innanzitutto è sconcertante che nessuno (a Parma come altrove) abbia mai messo in piedi vere e proprie iniziative di scambio per far conoscere a chi arriva storia, tradizioni e valori che hanno reso felice in passato la nostra comunità (che non significa mettersi in cattedra verso chi arriva). E poi, come accennavo, il problema vero è che se dovessimo insegnare una ipotetica “Parmigianità” di cui ci riempiano la bocca, in concreto non so come potremmo farlo; e chi; e con che coerenza rispetto ai nostri comportamenti e alle nostre parole.

Ecco, allora ai ragazzi dovremmo dire soprattutto una cosa. Certamente anche loro hanno le loro insofferenze e commettono i loro sbagli. Ma più di ogni altra cosa dovremmo raccomandarci con loro di non imitarci: perché altrimenti rischierebbero di imparare a essere infelici, come oggi siamo noi ad apparire.

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