Prendete fiato: avete davanti altri 12 mesi. Certo non invidio chi anche quest’anno

lo ha vissuto come un lutto, ma neppure chi non ne ha capito lo spirito di festa.

25 Aprile 2026. In un Paese normale dovrebbe essere un giorno di sola festa, come lo è ad esempio il 9 novembre della Germania quando cadde il vergognoso Muro di Berlino.

Ci arriverebbe anche un bambino dell’asilo: fu dittatura sovietica là (come lo fu in Ungheria o a Praga o a Varsavia), fu invece dittatura fascista – e poi nazifascista con il Mussolini fantoccio di Salò – in Italia. Punto.

Avere un presidente del senato (scrivo tutto inevitabilmente minuscolo) che dopo i decenni vissuti con in casa il busto del tragico megalomane guerrafondaio ancora pretende di mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini non mi indigna: mi fa solo pena, per lui e per chi l’ha installato come seconda carica dello stato. Il problema, come ormai dovrebbero avere capito anche a Parma, non è il mancato rispetto a chi è morto e magari aveva fatto la sua scelta in buona fede o per solo timore: quel rispetto è giusto che ci sia, ma non può esserci se prima non si distingue con chiarezza che c’è chi è morto per cancellare una dittatura e chi è morto per difenderla. E non è la stessa cosa: non lo è per nulla. Esattamente come nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe mai paragonare Jan Palach, che si diede fuoco per protestare contro i carri armati sovietici che avevano invaso la sua Praga, e chi quei carri armati li guidava. Ripeto: se lo spieghiamo all’asilo ci arrivano anche bambini e bambine di quell’età.

Un giro sui social, in questo weekend, più che indignazione metteva tristezza. Ma tristezza per loro: per chi si è nascosto come ai tempi del covid, per chi si è arrampicato con ridicoli contorsionismi per “spiegare” perché il 25 Aprile non lo sente suo, per poi passare dalla discutibile premier in “scarpette” all’Altare della Patria (che sia una nuova forma di patriottismo da corsa…?), alla stessa premier che elenca gli episodi che hanno guastato la giornata “dimenticando” solo i due spari contro due esponenti dell’Anpi (ah già: era solo aria compressa, quindi meno importante di uno dei post o dei cartelli che tanto indignano dalle parti della Sgarbatella), per finire con i patetici Dingo-Dongo all black che da veri patrioti hanno pensato di inneggiare a quel tragico pagliaccio che di patrioti Italiani ne mandò a morte oltre 450mila…

Certo, una volta detto di queste piccolezze (piccolezze in tutti i sensi), non vanno fatti sconti neppure a chi la festa la guasta da sinistra. Con la Brigata ebraica ad esempio si può discutere, e certo si può chiedere che dal 25 Aprile stiano fuori foto di Netanyahu o di Trump, ma NESSUNO può arrogarsi il diritto di decidere chi può e non può partecipare alla sfilata: tanto più se si parla di ebrei nell’ambito di quegli anni orribili (cosa che ovviamente non impedirà poi di riprendere la crociata contro il criminale di guerra che oggi governa a Tel Aviv). Anche perché, se guardassimo il pedigree storico, ci sarebbe da discutere anche sulla legittimità di un 25 Aprile palestinese, se guardiamo a quegli anni (e anche qui, ciò non impedirà certo di battersi per Gaza e contro gli orrori degli israeliani di oggi, ovviamente purché non ci si dimentichi neppure del 7 ottobre, che gli israeliani potessero impedirlo o no). E non è l’unica nota stonata o sopra le righe: ci sono in giro troppi sedicenti eredi dei partigiani, ma che alla Resistenza non potrebbero neppure portar dietro le scarpe.

Morale: di tutte le cose, spesso insensate, che sono state dette in questi giorni da destra, una è condivisibile, ovvero che le divisioni del 25 Aprile devono essere superate. Certo, ma per farlo occorre partire da una verità elementare e inoppugnabile: per 23 anni l’Italia dovette subire una dittatura violenta, razzista, megalomane (“l’Impero”…!) e culminata nella più tragica e insensata guerra degli ultimi decenni. Punto. Non è difficile: basta leggere qualche buon libro, e in un attimo passeranno ogni rimpianto e ogni insensata nostalgia.

E siccome a destra sono ovviamente diffidenti verso le ricostruzioni storiche della sinistra, ancora una volta li indirizziamo a uno di Destra (D maiuscola) di cui si riempiono la bocca senza averlo mai letto per davvero: è il nostro – nostro nel senso di parmense – Giovannino Guareschi. Il suo Diario clandestino (e il suo straordinario “Sono riuscito a non odiare”) è la più formidabile lezione sulla possibile “pacificazione”, ma è anche un modo per riflettere sul fatto che quel Guareschi campione della destra (d minuscola) che se ne riempie la bocca a volte a casaccio non sarebbe mai esistito e sarebbe morto nel lager come altri 50mila Internati Militari Italiani, se fosse stato per il pagliaccio al quale si inneggiava sulle rive di un lago…

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