La Capitale della Cultura è già un ricordo lontano, e tristemente annacquato dalla convivenza con le tragedie del Covid. Ma una Capitale per la Cultura è pre sempre: se ne sono accorti, ad esempio, a

Brescia, dove abbiamo già raccontato come la forzata convivenza per 12 mesi con Bergamo (una capitale doppia che anche qui affondava le radici nel tragico biennio della pandemia) ha risvegliato in quella bellissima città la consapevolezza di non dover fondare la propria immagine solo su industrie di tondini o di armi, ma anche su Storia e Bellezza.

Parma, soprattutto in questo ultimo anno e mezzo, si è mossa con una serie di iniziative importanti, da Correggio 500 alla mostra sul Novecento di Bertolucci, passando per molti altri eventi: per restare anche solo nel campo della fotografia, si è passati da un nome di livello assoluto internazionale come Steve McCurry a Palazzo Pigorini a un fotografo “improvvisato” ma tutt’altro che banale come Giovannino Guareschi all’Ape Museo, dove in precedenza erano state allestite la mostra su padre e figlio Spagnoli e quella sulla liberazione del manicomio con protagonista Mario Tommasini.

Insomma, tutto si può dire (a patto di essere in buona fede, ovviamente) tranne che Parma non sia in questo periodo una città culturalmente viva. Però, diversamente da Brescia, forse la città (e certo non parlo solo del Comune o delle istituzioni ufficiali) non ha saputo perpetuare lo spirito “da capitale della Cultura” e ha ricominciato a muoversi più per singole iniziative che con azioni di gruppo.

Mi ci ha fatto pensare la lettura de La Certosa di Parma. La città sognata da Stendhal interpretata da Carlo Mattioli. Anche questo fu un frutto ideato, a Palazzo Bossi Bocchi, nella cornice della stagione da capitale; e la mostra fu accompagnata dall’interessante pubblicazione curata da Francesca Magri e Anna Zaniboni Mattioli, con la collaborazione di Francesca Dosi (Step editrice per Fondazione Carlo Mattioli e Fondazione Cariparma).

Stendhal è esattamente il punto di congiunzione fra le due iniziative più rilevanti che abbiamo citato in precedenza: Correggio e Bertolucci. Il primo fu determinante nel far innamorare di Parma Stendhal, che quindi vi ambientò il suo romanzo più famoso; il secondo si ispirò proprio a Stendhal per il suo film più “parmigiano”, ovvero Prima della rivoluzione.

Pertanto il libro con le trasfigurazioni illustrate di Mattioli dovrebbe essere, anche rileggendolo a sei anni di distanza, uno stimolo per costruire legami culturali che guidino i turisti in percorsi specifici e spesso interdipendenti: appunto Stendhal, Mattioli, Correggio, Bertolucci ma anche Verdi, Antelami, Parmigianino, Leonardo, Petrarca, Guareschi e molto altro. E poiché nei giorni scorsi i consiglieri comunali Chiastra e Osio hanno chiesto conto dei progetti per la destinazione dell’ex Cobianchi, io torno a dire che lì si dovrebbe inventare un Museo digitale di Parma, che offra al turista (pur senza sovrapporsi all’ufficio informazioni, con cui comunque dovrebbe ovviamente esserci un collegamento) quelle indicazioni che possono guidarlo a una fruizione della città che magari estenda la permanenza almeno a due giorni, con quindi almeno un pernottamento anziché una visita mordi e fuggi.

Che cosa mettere in questa Parma multimediale? Ci possono stare dentro tante cose: da una storia digitale della città alla Casa della memoria fotografica (l’archivio dei fotografi cittadini) alla versione digitale delle mostre una volta finite (penso a quella sugli Spagnoli o sul manicomio o su GUareschi o in passato sui Capannoni…), a una sezione proprio sull’Arte moderna, senza sovrapposizione ma anzi con indicazioni su dove scoprire direttamente proprio Mattioli, o Gaibazzi, o altri.

Vi sembra ancora vago? Tranquilli: lo approfondiremo anche nei dettagli, se a Parma interessa…

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