Ho fatto il Sessantotto. In Cattedrale. Però

non sto parlando della clamorosa occupazione del 14 settembre, appunto del ’68, che caratterizzò a Parma nel modo più clamoroso l’anno della contestazione, al punto che ne parlò anche il papa Paolo VI.

No: in questo caso il 68 di cui parlo è molto più circoscritto, e di per sé anche meno interessante. E’ un 68 di banale compleanno, che mi ha portato anche in San Giovanni e soprattutto in Cattedrale, ad ammirare il Correggio (che ogni vero parmigiano dovrebbe studiare) e non solo. Una Cattedrale “occupata”, ma da alcuni turisti anche stranieri e poi da una scolaresca, che è entrata nel momento della foto sotto il titolo.

Un luogo di straordinaria bellezza, ottimo anche per riflettere. Naturalmente vi risparmio la parte dei pensieri sugli anni che avanzano, che sono un male (o meglio un bene) comune. Mi colpiva invece, soprattutto, lo scarto fra quella bellezza, quella audacia inventiva (da Antelami a Correggio e poi a Parmigianino, Gambara ecc.) e la brutta piattezza del dibattito cittadino: dall’aggressione al docente dell’Itis all’episodio fra Piazza della Pace e via Verdi con un tentato pestaggio, ma anche con provocazioni e insulti razzisti: ovviamente i secondi non giustificano il primo, ma di certo non sono neppure un grande esempio per risolvere il problema integrazione.

Due vicende gravissime, che si portano dietro un problema ormai all’ordine del giorno in quasi tutte le città italiane (che sia di sinistra o di destra l’amministrazione locale). Un doppio problema che rischia di condizionare pesantemente la vita cittadina: la violenza giovanile in generale, e il tema specifico della mancata integrazione di troppi giovani, stranieri oppure italiani di seconda generazione.

Ci sarebbe da impegnarsi in un dibattito quotidiano, che confontasse le varie analisi e le proposte per le soluzioni. Invece, ancora una volta, non si va oltre le sterili e ormai penose difese di parte, appigliandosi a questo o quell’elemento delle due vicende che può consentire di copiaeincollare le posizioni di sempre, senza mai un’ombra di dubbio di autocritica, di salto di qualità.

Così, mentre Parma attira con le sue bellezze visitatori da fuori, quelli che sembrano amare meno la città siamo noi parmigiani, che ci perdiamo in un dibattito da bar (dire da bar sport sarebbe già quasi un complimento, visto che ormai sul calcio siamo tutti documentatissimi…). E forse non è un caso se in quel Duomo, a prendere lezione dai giganti dell’Arte, di parmigiani se ne vedono sempre pochi… Molti miei concittadini sono preoccupati per come sta cambiando Parma: è giusto porsi il problema, però a me preoccupa non meno il modo in cui stiamo cambiando noi parmigiani, sempre più incapaci di dialogare, di confrontarci e perfino di porci dei dubbi. E di sorridere…

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