La foto, con gli splendidi colori autunnali del torrente, lo nasconde così come è rimasto nascosto per i primi tempi dopo la sentenza. E’ una foto proprio del
25 Novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle Donne. Lo è casualmente, perché proprio quel giorno stavo andando all’Istituto Rondani a un incontro sul tema della violenza e scattai, attratto dallo spettacolo dei colori autunnali nella Parma, mentre il Teatro Due era ancora nascosto sia nel panorama della foto che dal clamore mediatico che nei giorni scorsi è poi stato giustamente sollevato su una sentenza che in realtà data alcuni mesi.
E così, quella foto nata inseguendo bellezza e luci ora diventa un piccolo simbolo di violenza e ombre, che uscendo da quel teatro rimasto nascosto non possono non coinvolgere la città e tutti noi, costringendoci a domande non semplici e non comode. Anche perché, dopo alcuni giorni di letture su media e social, l’impressione è che in realtà Parma stia cercando di evitare – come peraltro è nostro costume – i veri nodi della questione, con le eccezioni del profondo intervento del sociologo Marco Deriu e soprattutto con la sparigliante e perdurante iniziativa della Casa delle Donne, cui dovrebbe andare la gratitudine di parmigiani e parmigiane per avere portato all’attenzione davvero pubblica la vicenda e le domande ad essa collegate.
Questo invece, rispetto alle due iniziative citate, è solo un modestissimo e personale contributo, che certamente non saprebbe volare così alto ma che prova, anche da giornalista oltre che da cittadino e da uomo, a capire quali interrogativi dovremmo portarci dietro da questa storiaccia. E portarci dietro significa ora e per sempre pubblicamente, senza paure ed esitazioni nello scrostarci di dosso qualcosa che – tanto per non girarci intorno – è di sinistra (ma non è solo di sinistra), è parmigiano (ma non è solo parmigiano) ed è ovviamente e soprattutto maschile (ma a sua volta non è solo maschile). Provo un ipotetico elenco, che altri interventi e dibattiti potranno poi ampliare o modificare.
- Non si può non partire dall’umanità profondamente violata, in senso fisico e psicologico, delle ragazze che hanno subito le violenze e le molestie. La lettura della sentenza (ieri sera, da parte mia) è allucinante: il numero e le caratteristiche degli episodi sono tali che per prima cosa dovremmo chiederci, mentre ammiriamo il loro coraggio nell’esporsi pubblicamente, che cosa possa restare appiccicato al corpo e all’anima di queste Persone e giovani Donne, di tanta schifezza e di tanta sopraffazione. Il primo pensiero di tutti noi (il plurale maschile è voluto) non può che essere per loro: dobbiamo chiederci come è possibile che nel terzo millennio a qualcuna possano essere inflitte simili umiliazioni e violenze. E la prima vera critica che sento purtroppo di dover rivolgere anche a persone che stimo nel Cda del Teatro, al di là degli altri aspetti concreti di cui la Giustizia si sta occupando, è che nel comunicato non vi sia stata alcuna concreta e chiara espressione di solidarietà – e comunque di scuse, comunque siano andate le cose – alle ragazze abusate. Questo è un primo tema sul quale tutti noi dobbiamo riflettere al di là di giudici e avvocati: la nostra aridità di uomini (e in questo caso anche donne) di fronte all’unico vero e concreto aspetto della vicenda, ovvero la violenza esercitata su queste attrici.
- Specularmente e in maniera opposta, rabbrividisco leggendo quei racconti giudiziari su un uomo, da uomo. Mi chiedo come sia possibile che quell’intellettuale stimato, da decenni al servizio di un una storia bella teatralmente ma anche come valori divulgati, sia poi caduto in questo abbruttimento violento e insensibile. Mi chiedo quanto di me e di noi uomini ci sia di comune con lui: quanta sottocultura predatoria abbiamo tutti noi immagazzinato per decenni. Certo non “per dna”, come stupidamente è stato detto nei giorni scorsi da un improvvido o inadatto ministro: bensì per accumulazione di situazioni e atmosfere scientemente costruite da noi stessi, per perpetuare un potere che da secoli è soprattutto maschile. L’educazione sessuo-affettiva, che giustamente si richiede per i nostri ragazzi, dovrebbe forse essere pensata anche per noi maschi adulti, cresciuti nella diffusa inaccettabile immagine della donna come oggetto del nostro piacere, che lo voglia o no (perfino la commedia sexy all’italiana ne era in qualche modo veicolo nei cinema). A molti non piace il termine “patriarcato”: chiamatelo allora come volete, ma non possiamo non vedere questo tumore, che è dello stesso ceppo che produce i quasi 100 femminicidi all’anno o le quotidiane chiamate ai Centri antiviolenza. Nell’Italia o nella Parma che vorrebbero insegnare civiltà a chi arriva.
- Già: il piacere. Saremmo maschi ipocriti se negassimo che la ricerca del piacere è spesso stata in noi più egoista, soprattutto da giovani. E già questo dovrebbe essere terreno di domande e di crescita, insieme e ascoltando le donne. Ma la cosa che mi riesce ancora più incomprensibile è quando il “piacere” si accompagna alla violenza e all’assenza di consenso. Da questa storiaccia teatrale agli stupri di gruppo che qualche giovane ha realizzato e documentato con lo smartphone, che cosa c’entra questo con il piacere? Che cosa vedeva quel regista quando poi andando a casa gli capitava di passare davanti allo specchio, ben sapendo come si era comportato? L’autostima che si lega alla seduzione oppure (uso volutamente una parola inopportuna) alla “conquista” è certamente un fattore importante per un uomo – e in fondo immagino anche per una donna – ma quale autostima o quale piacere ci può essere, mi chiedevo mentre scorrevano le pagine e gli incubi della sentenza, in un rapporto costruito sulla violenza psicologica o addirittura fisica? L’intellettuale, di qualsiasi campo, è colui che studiando dovrebbe in qualche modo esercitare poi un’azione pedagogica verso gli altri. Ma qui una vasta cultura che cosa ha prodotto? Dove è scattato il cortocircuito in una persona che, non credo solo per agganci “politici”, è stato fra i protagonisti della storia di Teatro Due ma è stato anche ai vertici di altre importanti strutture teatrali italiane? Ecco: forse in quella educazione sessuale e affettiva di cui parlavo anche per noi adulti occorrerebbe qualcuno capace di spiegare a noi maschi il senso del vero piacere, magari cancellando i retaggi di quella pornografia che era “docente” di sesso ai nostri tempi e che ora il web sta riproponendo in maniera forse ancor più pericolosa ai nostri ragazzi.
- Il teatro. Senza giri di parole: piange il cuore e piovono le domande, nel vedere gli inevitabili schizzi di fango che questa storia produce proprio su una delle più belle storie culturali della nostra città. Lì andavo nei primi gruppi teatrali scolastici. Lì ho visto, e a volte intervistato, tanti nomi illustri del teatro italiano e internazionale. Lì sono state prodotte opere che hanno segnato un po’ di storia: penso soprattutto a L’Istruttoria , capace di ammutolire e far sbiancare (e credo riflettere) giovani scolaresche che all’entrata sembravano pensare solo alla “drammatica” separazione dagli smartphone a loro imposta. E nessun vero parmigiano, qualunque sia la sua ideologia, può oggi pensare di fare di tutta l’erba un fascio e utilizzare questa vicenda per sminuire questa storia.
- Ma questo presuppone che il teatro stesso, con lo stesso coraggio delle origini o dei lavori su Pasolini, che oggi potrebbe essere in questa vicenda un’ottima ispirazione, “ripulisca” e rigeneri sé stesso. Sono sincero: ieri mi aspettavo l’annuncio delle dimissioni del CdA, e continuo a pensare che sarebbe un gesto importante. Lo dico, sia chiaro, al di là ( e non sembri assurdo) di come l’esatta ricostruzione dei fatti – che mi pare stia proseguendo anche al di là della sentenza – accerterà il grado delle “titubanze” dei vertici del teatro rispetto agli spifferi e alle mail/pec sulla situazione. “Titubanze” è parola a sua volta troppo timida? Può darsi: ma da giornalista non mi sento ancora in grado di sbilanciarmi sulle effettive e concrete responsabilità delle persone, a parte ovviamente il regista sul cui comportamento mi pare ci siano oggi pochi dubbi. Però le dimissioni sarebbero un gesto importante anche solo simbolicamente, tanto più (paradossalmente) se gli accertamenti dei fatti non ne riscontrassero i presupposti “giudiziari”.
- Comunque, che resti l’attuale CdA o che cambino la direzione e gli organigrammi, credo che proprio viale Basetti dovrebbe mettersi a disposizione, con i suoi spazi e le sue intelligenze, per una sorta di rassegna (laddove festival importanti sono stati ideati e realizzati per mezzo secolo) che fra dibattiti, spettacoli ed altro, sia dedicata proprio a questo tema della violenza e delle molestie sommerse, nei teatri come negli altri luoghi di lavoro. E, se fossi nei vertici di Teatro Due, lo farei in primis proprio con la Casa delle Donne e con tante associazioni o gruppi (anche teatrali) che alla violenza dedicano tempo e idee. Anche a Parma. E coinvolgendo anche le scuole: lo scorso anno ho vissuto marginalmente ma vedendone i risultati concreti un lavoro in vari istituti di Parma con le ragazze di ZonaFranca Parma culminato in uno spettacolo finale al Teatro Europa. E altri gruppi hanno cose importanti da dire: Teatro Due potrebbe essere per qualche giorno la Casa della Rinascita, per il mondo del teatro e per la città. Un dibattito pubblico vero, senza sconti e magari con qualche autocritica: da vero Teatro Due. ma allargato a tutta Parma.
- Sì, perché poi è ovvio che la città (istituzioni e uomini e donne) non dovrebbe restare estranea a questo tema. La politica, come sua brutta abitudine, si è già arroccata nelle posizioni contrapposte. Ma sarebbe ben miope, se si fermasse a questo. Se alla sinistra, di Parma e non solo, la vicenda del regista violento mostra bruscamente che anche le sue “isole più felici” non sono indenni da violenza e sopraffazione di genere, neppure la destra o la sua borghesia possono pensarsene immuni. Il noto teatrante riecheggia il noto commerciante condannato per la notte folle con sesso, droga e violenza; riecheggia lo stimato medico anti-obesità che palpeggiava le pazienti; così come riecheggia anche un più lontano caso di violenza parmgiana in una struttura collegata al mondo alternativo e dei centri sociali, che a questa ignominia aggiunsero la perla di un pubblico striscione contro…la cronista che aveva trovato e correttamente raccontato la notizia sulla Gazzetta… E l’elenco è lungo è trasversale anche politicamente, visto che un’accusa di revenge porn abita anche la tradizionalissima famiglia della seconda carica dello Stato. No: non c’è una fazione politica che possa salire in cattedra, anche se è comprensibile e legittimo che la storiaccia abbia anche un uso politico da parte di chi oggi a Parma è all’opposizione.
- Ma il primo vero modo in cui la politica (bipartisan) potrebbe dimostrare di avere davvero a cuore la vicenda di cui si parla e di voler sostenere la lotta alla violenza è innanzitutto quello di battersi per prolungare i termini per denunciare penalmente una violenza sessuale: oggi, salvo alcune eccezioni, è di un anno. E abbiamo capito proprio da questa storia che probabilmente 12 mesi sono troppo pochi, anche per i meccanismi psicologici che scattano in chi subisce violenze e umiliazioni. Con la conseguenza, non dimentichiamolo, che su questa vicenda sono potuti intervenire solo i giudici del lavoro, che possono stabilire risarcimenti ma che ovviamente non possono infliggere alcuna pena detentiva a chi ha commesso le violenze.
- Il Teatro nascosto nella foto si chiama “Due” perché nacque per aggiungersi, e soprattutto distinguersi, dal più ingessato Regio. Ecco: oggi quel “Due” dovrebbe diventare il simbolo di una nuova nascita e di una nuova cultura per tutta la città: una cultura ovviamente rispettosa (sembra assurdo doverlo dire nel 2025!) di ogni donna e senza più paura di bloccare e denunciare gli uomini violenti. “Si sapeva da decenni” ho letto più volte in questo giorni sui social: è una reazione molto parmigiana e già vista più volte (ad esempio per il crac della Parmalat di Calisto Tanzi o per altri rovesci imprenditoriali). Ecco: allora quel “Due” vale anche per noi, perché chi sapeva e ha taciuto, ovunque fosse, ha “involontariamente” contribuito alla sofferenza di quelle coraggiose ragazze da cui siamo partiti. E questo ora deve essere il faro per una rinascita morale e culturale che ci porti davvero all’avanguardia nella qualità della vita, anche se nessuna classifica venisse a misurarlo e a solleticare l’autostima, a volte presuntuosa, della nostra città.

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