Mi ha sempre fatto ridere, quella barzelletta un po’ cinica ma divertente che racconta di un gruppo di neonazisti che

riescono a contattare nell’aldilà Adolf Hitler, e lo pregano di tornare sulla terra. Il fuhrer inzialmente è restio, ma di fronte alle insistenze dei suoi seguaci alla fine si lascia convincere; e però precisa (in dialetto, perché a Parma le barzellette sono in dialetto anche quando la cosa è decisamente improbabile): “Va bene. Però, stavolta catìv!”…

Mi è tornata in mente, quella barzelletta, nel leggere la notizia – questa meno divertente, ma anche meno sorprendente (se non per gli stessi che a suo tempo snobbarono anche Berlusconi) – di una crescita nei sondaggi del generale Vannacci e di qualche parlamentare che è già salito sul suo carro. E anche se ovviamente non so fino a che punto la proposta politica del generale potrà crescere, e se allargherà o restringerà l’attuale maggioranza di governo, devo dire che la notizia mi ha messo tristezza: ma non per me (che certamente ho idee lontanucce da quelle del generale, se idee vogliamo chiamarle), bensì proprio per la destra, che avrebbe idee rispettabili se non avesse una ormai secolare patologia che le impedisce di crescere (non crescere nei consensi, bensì nella capacità di affrontare i problemi e di governare).

Pensateci un attimo, partendo dagli anni più recenti. Una volta c’era Salvini: era lui “l’uomo forte” del 2017 (già: nell’ultimo decennio il Viminale è stato soprattutto in mano alla Lega, mentre la sicurezza nelle città andava continuamente peggiorando, Parma compresa…); poi però, dal Papeete in poi, gli elettori meno assonnati gli hanno misurato ripetutamente bluff, contraddizioni e cialtronate. E oggi, mentre la Lega continua a scendere, i primi a sbeffeggiarlo (anche se non pubblicamente) sono gli altri elettori di destra, compresi quelli che un tempo sui social criticavano…le mie critiche a capitan Fracassa.

Poi è arrivata la Meloni. Abilissima – e con pelo sullo stomaco – nell’intestarsi l’immagine della vera opposizione senza curarsi di raccattare voti anche sfruttando i problemi del Covid. Abile anche agli inizi della sua esperienza da premier: pur con qualche frase temeraria (“Non sono ricattabile” a Berlusconi, per il quale in realtà votò per Ruby nipote di Mubarak…), Giorgia è stata capace per un paio d’anni di illudere i suoi – soprattutto i più trinariciuti – di avere scovato la nuova fuoriclasse della politica: svelta con le battutine in Parlamento, a suo agio con l’inglese nelle trasferte internazionali, certo assai più del goffo Renzi, e soprattutto decisa negli annunci per la legislatura da lei guidata…

Peccato che poi governare un Paese sia un po’ diverso dal dispensare qualche battutina in romanesco. E piano piano, accanto a qualche dato positivo incontestabile e anzi oltre le previsioni (vedi lo spread), sono venuti a galla i vecchi video-show roboanti (vedi taglio delle accise), le auto-smentite e la tendenza a mentire (tipo “Non ho mai parlato di vittoria dell’Ucraina”, prontamente sbugiardata da almeno tre video). Ma soprattutto, è venuta a galla la verità più scomoda, specialmente in quelle città dove il gioco maggioranza-opposizione spinge i suoi stessi camerati a denunciare la magagna più importante per un governo di destra: il peggioramento della sicurezza nelle città, Parma compresa. Certo, i destri ducali ce la mettono tutta da 4 anni per far credere ai parmigiani che le colpe siano tutte del sindaco, della polizia locale, del nucleo cinofilo, bla bla bla… Salvo poi esultare per ogni decreto sicurezza che dovrebbe risolvere le cose e le lascia come e peggio di prima (basti guardare le cronache di questi giorni, e non certo solo a Parma: a Massa, dove un uomo è stato ucciso davanti al figlio di 11 anni poche settimane fa, governa la destra anche a livello locale…).

E allora, anche se ufficialmente la Meloni non è in discussione, qualcuno deve avere ripensato a quella vecchia barzelletta: ma certo, le cose non vanno ancora bene perché occorre che “stavolta catìv…!”. Che è appunto la certificazione, e l’auto-condanna, di una destra che non sa studiare e che quindi non ha fatto i conti neppure con la sua storia di un secolo fa. Già, perché i lettori di destra avrebbero ora tutto il diritto di rimproverarmi di non avere ancora citato in questo articolo anche la mediocrità dei leader di sinistra (Schlein, Conte ecc.), ma almeno su una cosa non potrebbero certo contestarmi: ovvero sul fatto che, a parte qualche frangia irrecuperabile, a sinistra oggi nessuno si sognerebbe mai di organizzare cerimonie per omaggiare Stalin o Mao o Breznev ecc., diversamente dai ripetuti pellegrinaggi a Predappio o alle tante iniziative nel nome del duce. Certo: la fase dittatoriale del comunismo ha pesato a lungo anche in Italia, ma la parola fine la mise già Enrico Berlinguer, che è morto da 42 anni e che infatti in Bulgaria (quanti lo sanno?) fu oggetto di un attentato mascherato da incidente e orchestrato dal Cremlino. E lo stesso capitò poi, in modo diversissimo e dopo un’iniziativa nata nell’ambito delle Brigate rosse, a Aldo Moro, che proprio insieme a Berlinguer aveva elaborato un nuovo schema trasversale per uscire dalla rigida sterilità della guerra fredda.

La destra no. La destra, in modo per me incomprensibile, è rimasta ferma alla nostalgia mussoliniana: cosa che ha dell’incredibile, perché vedi chi si definisce patriota inneggiare a quel tragico e insieme buffonesco megalomane che di patrioti italiani ne mandò a morte quasi mezzo milione… Fu così anche negli anni 1969-1980, quando i padri di quelli che nel 2022 invocavano di dare “la parola al popolo” (salvo poi genuflettersi al Trump anti verdetto popolare di Capitol Hill…) si preoccuparono invece di ciò che il popolo stava chiedendo (più diritti, più equità) e misero in piedi l’orrenda strategia neofascista della tensione fatta di vigliacche bombe nelle piazze e sui treni.

Anziché abbeverarsi a intellettuali veri e intelligenti, come Montanelli o prima di lui Guareschi, e anziché avere l’umiltà di imparare da un uomo di destra che però prima che in politica aveva dimostrato la sua genialità in vari campi del lavoro (Berlusconi), la nuova classe politica di destra è cresciuta con delle modeste figure autoreferenziali (una di queste, cresciuta all’ombra del busto di Mussolini, è stata elevata a mediocre seconda carica dello Stato) o con delle incompiute (Fini) o infine con una underdog che gradualmente ha rivelato i suoi limiti e anche i suoi complessi, che l’hanno progressivamente rinchiusa in sé stessa, incurante dello spettacolo basso basso della sua squadra di governo (Santanché, Sangiuliano, Giulì, Piantedosi, Delmastro ecc. ecc.) e quindi senza la minima autocritica o correzione di rotta.

E allora, ecco appunto la barzelletta, che come tutte le barzellette nasce dalla incapacità di trattare seriamente i problemi, dall’immigrazione alla sicurezza. La Meloni non ha messo ordine nelle città? Perdio, allora stavolta mettiamoci un generale, cattivo e ispirato alla decima mas o simile. E questa è la nuova illusione di oggi: il nuovo uomo forte (non casuale neppure il ritorno al maschile, se la leader Sgarbatella non ha funzionato a dovere), in una ricerca utopistica che dura dal 1922. Senza capire che i problemi di oggi sono troppo complessi già solo per una fazione (che sia la destra o la sinistra): figuriamoci per un uomo solo, e fin qui – a giudicare dalle sue esternazioni – non propriamente un Nobel.

Mezzo secolo fa Pasolini scriveva che a portare alla scelta del fascismo “è una atroce forma di disperazione e nevrosi”. Lo leggessero oggi a destra, quel Pasolini di cui al massimo conoscono la frase “Io sono contro l’aborto” senza aver proseguito neppure quell’articolo. Lo leggessero, per capire che una vera destra servirebbe davvero all’Italia, se ritrovasse la capacità e la passione (vedi Guareschi) di analizzare i problemi per davvero, nella loro complessità, e non di nasconderli sotto il tappeto di un presunto uomo forte.

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