La sera prima, venerdì, avevamo fatto tardissimo. Un boccone verso mezzanotte a fine lavoro, con Laura e Filiberto, si era trasformato in un nuovo squarcio di speranza, perché Laura era appena riuscita a sapere il nome del rapitore del piccolo Tommy. Era lo sciagurato che,
come la Gazzetta aveva scritto prima ancora degli inviati nazionali grazie a un’indiscrezione questa volta di Georgia, aveva lasciato la sua stupida impronta sullo scotch col quale aveva legato i genitori del bimbo strappato dal suo seggiolone durante la cena della famiglia Onofri a Casalbaroncolo. Il suo nome, Salvatore Raimondi, si aggiungeva quindi all’altra persona sospettata, quanto meno come basista ma forse non solo, visto che nel frattempo l’alibi di Mario Alessi era stato sbugiardato (e ancora Laura lo aveva raccontato) da una coraggiosa barista di Casaltone, che non si era fatta intimorire dalle minacce televisive della compagna di Alessi, Antonella Conserva.
Non era solo adrenalina giornalistica. Ci sembrava che ogni passo avanti nelle nostre cronache corrispondesse (anzi ne fosse ovviamente preceduto) ai progressi che finalmente, dopo tante piste svanite, stavano premiando il lavoro certosino – e col cuore – degli inquirenti. E davvero speravamo che quel fine settimana sarebbe stato risolutivo per la vicenda che da un mese teneva Parma e tutta l’Italia in angoscia: anche le parole di Mamma Paola sembravano per la prima volta aprirsi alla speranza, dopo un mese tremendo.
Era già l’una di sabato, quando tornando nella redazione della Gazzetta ora vuota avevamo cercato nell’archivio alcune tracce di quel Raimondi, trovando solo una breve notizia forse legata al mondo della droga. E rientrando a casa avevamo pensato che sì, forse eravamo davvero vicini alla fine di un incubo lungo un mese. E che Tommy sarebbe presto tornato a casa: sulla mia scrivania, avevo abbozzato i menabò delle pagine di un’edizione straordinaria della Gazzetta, da pubblicare non appena fosse arrivata la notizia della liberazione del bimbo. E mi vedevo gli strilloni urlare quelle prime pagine con un sottofondo di campane a festa, nella domenica che ormai si avvicinava.
Ma quel sabato, nel quale finalmente sembrò di potersi addormentare con uno spiraglio di luce, aveva in serbo un risveglio brusco e buio. Il buio imprevisto di una telefonata che verso le 7 segnalava (con il fotografo Angelo Boni Sforza, da poco scomparso) la prima confusa notizia di un blitz andato a vuoto nella notte nella Bassa, dove si pensava fosse la prigione di Tommy.
Perché a vuoto?, rimbombava nella testa lungo la strada verso la redazione. Perché questa accelerazione fuori bersaglio, se avevamo appena saputo che ormai gli inquirenti conoscevano con certezza i nomi di chi aveva rapito Tommy e potevano quindi controllarne i movimenti? Evidentemente a noi mancava qualche tassello, ma la successiva notizia del fermo e degli interrogatori di Raimondi, di Alessi, della Conserva, e il lento e sterile trascorrere delle ore di quel sabato senza che nulla accadesse ci dimostravano che evidentemente anche agli inquirenti mancavano degli elementi. Mi chiedevo quali segreti nascondesse ancora Alessi, ricordando l’impressione negativa che a pelle, dopo averlo incontrato in un bar, mi aveva riferito Marco Federici, il primo a scoprirne l’identità e a intervistarlo (e quanto costa oggi dover ricordare anche Marco). E la paura era che quel blitz a vuoto potesse riflettersi sulla “vera” e a quel punto sconosciuta prigione di Tommy.
Altro non veniva da pensare, o forse non lo si voleva pensare. Ma intanto si faceva mezzogiorno, si faceva pomeriggio, si faceva quasi sera con le pagine della cronaca ancora in bianco, in attesa di una notizia che non arrivava. Arrivò alle 20, praticamente la stessa ora dell’allarme e delle sirene di un mese prima. Arrivò al telefonino del direttore Giuliano Molossi, che vedemmo e udimmo urlare, in mezzo a noi, la domanda che nessuno aveva ancora osato pensare: “E’ morto ?!?”. Ma non era una domanda, e non servivano quei punti interrogativi: l’urlo del direttore era solo l’eco incredulo di quella telefonata e di una notizia che sembrò oscurare i neon della redazione. Un buio che mi entrò anche dentro: per la prima e unica volta in 40 anni di carriera mi sembrò di essere altrove, senza riuscire a parlare e neppure ad ascoltare le parole, né le istruzioni del direttore che nella successiva riunione provarono a disegnare il giornale che avremmo dovuto costruire alla luce (anzi: nel buio) di quella notizia.
Con dolce pazienza, a ri-spiegarmi quelle istruzioni e il da farsi fu Annamaria, compagna di banco dalla mia prima sera di Gazzetta (con una mano sulla spalla mentre guardavo un po’ stranito un telegiornale non più “mio”) e compagna di banco di quella sera di un mese prima: 2 marzo, la sera dell’inizio dell’incubo e – lo avremmo scoperto dopo pochi minuti – già la sera dell’orrore e degli orchi assassini: già pochi minuti dopo il rapimento. Lavorai come in trance, con ancora sulla scrivania le ormai inutili bozze di quella sognata edizione straordinaria (“Tommy è tornato a casa”, ci vedevo scritto nel titolone a tutta pagina, immaginando di poter raccontare che lo avrebbe accolto l’orsacchiotto che avevo visto in piedi sul suo lettino, proprio come se attendesse e fosse certo del ritorno del suo piccolo compagno di gioco).
Sentivo l’assurdo ma fortissimo bisogno di andarmene: come se rifiutandoci di scrivere quella Gazzetta potessimo ancora cancellare quella notizia orribile anche dalla realtà. Il mestiere che adoravo mi sembrava in quei momenti orribile, maledetto. Avevo sognato fin da adolescente di poter raccontare la mia città e ne avevo vissuto e descritto mille momenti importanti, anche di gioia (come ad esempio le feste collettive dello sport): ma come potevamo ora trovare le parole per raccontare ai nostri concittadini che Parma era stata cornice di quell’orrore?
Fu così per giorni e giorni, perché tutto sembrava senza più importanza, dopo quella sera. Le indagini, le accuse reciproche degli orchi, i funerali. Perfino le parole del vescovo mi sembrarono solo retorica: “Tommy ha vinto, ha vinto l’amore” disse nell’omelia monsignor Bonicelli, che da pochi giorni custodiva il segreto di un esame che gli aveva rivelato la presenza di un tumore.
Mi sembrò un tentativo vano di consolare tutti: i familiari, i cittadini presenti, noi in redazione davanti alla diretta tv nazionale (Tommy era davvero diventato il figlio di tutta l’Italia). Poi mi capitò di conoscere la famiglia di Tommy: rividi il ruvido papà (uomo di tanti sbagli, ma anche vittima in quei giorni di sospetti ingiusti sul rapimento del suo stesso figlio), conobbi gli zii, il fratello Sebastiano. E conobbi, per una serie di coincidenze che in provincia avvicinano tutti, anche Mamma Paola. Sapevo delle sue radici a Tizzano, una Montagna orgogliosa che conosco e ho nel cuore fin da bambino, ma non la immaginavo così forte da riuscire – insieme a Sebi che qualche anno dopo avrebbe conquistato un simbolico scudetto nel baseball – a superare quel momento, e poi anche il nuovo affronto del destino con la morte di papà Paolo.
E non immaginavo, soprattutto, che fosse così forte e straordinaria da saper trarre da quel buio i colori della solidarietà e del saper pensare agli altri: una corsa podistica, una associazione, una ambulanza… Sembra incredibile, ma aveva visto giusto monsignor Bonicelli, che forse aveva capito proprio Mamma Paola: gli orchi sono subito scivolati e scomparsi nel buio del carcere, dal quale ora stanno riemergendo (si spera almeno per non fare altro male, e si spera anche senza mai più farsi vedere da queste parti); ma dal loro buio, e perfino dal posto maledetto del Traglione, dove comparvero fiori e peluche, grazie a quella Mamma è comparsa una luce, capace di restituire fiducia e speranza.
Sì, monsignor Bonicelli: “ha vinto l’amore, ha vinto Tommy”. E Parma non dimentica e non dimenticherà mai né Tommy né la tua stupenda lezione di coraggio e di amore, Mamma Paola!
(La fotografia si riferisce al libriccino che realizzammo in Gazzetta nel 2007, d’accordo con la famiglia di Tommy e con ricavato in beneficenza all’Ospedale del Bambino)
ILCIELODIPARMA.IT – Ultimi articoli:
- Meloni-Schlein: la solitudine delle numero uno
- Maratona Novecento al Regio: in Bertolucci sono poesia anche i difetti
- Fieri di San Giuseppe
- Novecento e lode: il bellissimo omaggio di Parma a Bertolucci
- Varano: il borgo sospeso fra Passato e Futuro
Ambiente Antonio Mascolo arte Attilio Bertolucci Battistero Parma Benedetto Antelami Bernardo Bertolucci calcio Carlo Ancelotti Cinema Comune di Parma coronavirus Correggio Corvi Elezioni comunali Parma 2022 federico pizzarotti fotografia Fotografie di Parma gazzetta di parma giornalismo giovani Giovannino Guareschi Giulia Ghiretti Inceneritore La rabbia Letteratura Libri Libri recensioni Non è mai troppo Parma Parmabooks parma calcio Parma senza amore Parmigianità Pier Paolo Pasolini Poesia Politica Premi Sant'Ilario psichiatria Religione Sicurezza Sicurezza Parma Stefano Pioli Tea Ranno Università di Parma Violenza sessuale

Marzo 3, 2026 il 2:00 pm
Buongiorno, come dimenticare quella sera e quella vicenda… e il TG che all’ ora di cena annunciava la terribile notizia.
Una vergogna per la nostra città e l’ Italia intera: uccidere un bimbo come fosse una mosca non merita sconti di pena né permessi premio. Punto. ❤️