Mi sono ripromesso, e ho promesso a un amico che non c’è più, di provare a studiare e capire una pagina di storia cittadina non secondaria, perché
è stata una storia di successo costruita secondo canoni spesso lontani da quelli della Parma più ufficiale.
Parlo dei Corvi. Ora che anche Claudio Benassi, l’ultimo componente-fondatore della band ci ha lasciati, sarebbe giusto cogliere di questa storia, accanto ai tanti e divertenti aneddoti raccontati dallo stesso Claudio nel libro scritto insieme a Pierangelo Pettenati, anche l’essenza e le ragioni di quel grande successo musicale: un successo effimero e insieme prolungato nel tempo: non sembri una contraddizione, perché significa che fu breve il periodo dei grandi successi e delle vendite da primi posti in classifica, ma è poi rimasto un duraturo affetto nei confronti della band, anche ora che il solo Claudio – insieme a una manciata di più giovani e bravissimi musicisti – ne perpetuava il ricordo sul palco.
Sarebbe riduttivo limitare i Corvi a “Un ragazzo di strada”, che però ne è stato anche il successo più clamoroso, e che in qualche modo racchiude proprio l’essenza del gruppo alla quale accennavamo. Quindi è inevitabile, in una analisi musicale (pur non da critico del settore, ma da semplice appassionato), partire da qui.
Che significa anche partire con un ricordo triste, perché legato ai giorni scorsi e all’intenzione di parlarne proprio con Claudio, senza immaginare che non ce ne sarebbe stato più il tempo. Una delle sere scorse, in quell’affacinante video-jukebox che è la trasmissione Techetechetè, la Rai ha dedicato una puntata del suo programma amarcord ai Pooh. Un gruppo che ha fatto la storia della musica italiana: forse con qualche strizzatina d’occhio al genere melodico-commerciale ma anche con grandissimi professionisti da tutti descritti come ottimi strumentisti (cosa che si diceva meno dei Corvi, eccezion fatta proprio per la batteria al “tritolo” di Claudio).

Tanti i successi che si sono susseguiti, molti dei quali certamente fanno parte del vissuto musicale di più di una generazione. Fino a che, con la voce ed il volto dell’indimenticabile Stefano D’Orazio, è partita con mia sorpresa (non conoscevo questa loro versione) proprio Un ragazzo di strada. Che dire? Stefano ce la metteva tutta e comunque l’insieme era di livello Pooh… Ma la sensazione immediata è stata quella di un piatto insipido, alla quale mancava certamente qualche ingrediente fondamentale. Qui ve ne propongo una versione leggermente più incisiva, rintracciabile su YouTube e legata a un programma di Italia1, ma che non sposta di molto la mia impressione.
Ed è un’impressione che si trascina ormai da decenni, e che non si lega ad alcun campanilismo parmigiano (che del resto sarebbe senza senso nel campo della Musica, che appartiene sempre a tutti in tutto il mondo). La stessa impressione che, ad esempio, provammo in tanti a fine anni Ottanta quando a cimentarsi con la cover fu l’allora popolarissimo Ivan Cattaneo: una versione niente male e con qualche effetto speciale sonoro. Ma, anche qui, con qualcosa di incompleto:
E la “prova del nove” è arrivata nel 2009, quando al concerto del Primo Maggio il Ragazzo di strada è stato portato sul palco dal “più ragazzo di strada” dei nostri cantautori: Vasco Rossi. Interpretazione e movimento testimoniano indubbiamente che Vasco “sentiva” questa canzone come adatta a lui; e l’occasione del “live” gli dava certamente la carica giusta, come testimonia quest’altro video, sempre su YouTube e firmato RaiTre. Eppure…
Del resto, la singolarità del Ragazzo di strada dei Corvi è già nella sua origine. Siamo sempre stati abituati, infatti, ad avere in quegli anni dai nostri gruppi musicali delle belle canzoni che ci coinvolgevano, ma che poi spesso scolorivano un po’ quando ne scoprivamo la versione originale, da OltreManica o da OltreOceano. Perfino pezzi bellissimi, come il Senza luce dei Dik Dik, non potevano poi reggere completamente il confronto con – per restare al nostro esempio – A whiter shade of pale dei Procol Harum.
Qui no. La pur godibilissima It ain’t no miracle worker, dei Brogues, restava al livello di “buona canzone”.
Ma stavolta, la versione italiana era (ed è) molto di più, complice anche il testo di Nisa (ovvero Nicola Salerno), che anziché tradurre l’atmosfera del discorso di un ragazzo alla sua ragazza (“Sono una persona normale e non faccio miracoli”) ne cavò fuori una sorta di manifesto dell’emarginazione.
Tutto perfetto per la voce “alla cartavetrata” di Angelo Ravasini e al sound, rabbioso ma genuino, dei quattro ragazzi di Parma. Un successone allora, ma capace anche di non perdere la sua trascinante efficacia dopo ormai 60 anni, in qualche pubblicità o nelle radio, o appunto nel confronto con tutti gli altri “tentativi di imitazione”.
E allora eccoli qui, i “nostri” indimenticabili Corvi, con il loro – unico e inimitabile – Ragazzo di strada. E nelle prossime puntate parleremo anche degli altri brani che hanno punteggiato questa storia di musica parmigiana e non solo.
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Settembre 23, 2025 il 9:09 am
Gabriele, dubito che il quasi sessantenne Nicola Salerno sia stato il paroliere di “ragazzo di strada ” ed infatti molte fonti parlano dei figli allora minorenni e senza accredito siae Massimo e Alberto, il marito di Mara Maionchi.
Settembre 23, 2025 il 1:53 pm
Così è scritto, partendo da una sigla NiSa. Altri parlano di Califano, ma una attribuzione certa non c’è e la più accreditata dalle fonti che avevo visto era questa