L’anno prossimo saranno 200 anni che si parla del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, mentre fra pochi mesi speriamo di non dover più parlare di un ministro mediocre come Valditara… Basterebbe questo per
chiudere la discussione sollevata dalla ventilata ipotesi di ridurre l’importanza del testo manzoniano nelle scuole superiori, ma ovviamente il tema merita di non essere liquidato con una battuta.
Certo, il mondo è cambiato parecchio, da quando “Quel ramo del lago di Como, ecc. ecc.”. E già da decenni ci si chiede se la fruizione scolastica sia la più adatta a cogliere il valore (indubbio) del capolavoro di Manzoni. Del resto, allo stesso modo ci si chiede se non sia il caso di accorpare maggiormente le vicende storiche più lontane per non continuare a sacrificare le forse più importanti conoscenze della storia italiana del dopoguerra: di questa esigenza, proprio il ministro Valditara ha fornito una prova quando ha attribuito – seppur liquidandolo pèoi come lapsus – l’omicidio di Piersanti Mattarella alle Brigate rosse…
Un ripensamento è ormai necessario, rispetto alle esigenze di una gioventù immersa nel digitale e multietnica. E non so quanto Manzoni (pur con tutto il rispetto dovuto a lui e alla sua opera) oggi possa concretamente “parlare” a ragazze e ragazzi, tanto più se di seconda generazione, con il suo italiano dell’Ottocento, pur godibilissimo a una lettura matura.
Proprio leggendo il dibattito sui Promessi sposi, mi è veniuto da pensare che forse oggi questi ragazzi hanno bisogno di semplicità (che ovviamente non significa nascondere loro la complessità della vita e delle idee). E qui – sarà una fissazione – mi è venuto in mente quello scrittore nato dalle nostre parti le cui storie continuano ad affascinare anche dopo 80 anni: che non saranno i 200 del Manzoni, ma che comunque sono ormai una discreta patente di longevità letteraria (e cinematografica). Parlo di Giovannino Guareschi, che magari non sarà da esporre agli studenti come modello di scrittura raffinata, ma del quale neppure va banalizzata la semplicità, che è spesso studiata e voluta.
E che, soprattutto, ha da offrire ai ragazzi alcuni valori oggi ancor più preziosi: ad esempio la capacità di non odiare, con la quale visse la prigionia nei lager, oppure la dignità con la quale, una volta condannato per aver attribuito a De Gasperi lettere non sue, accettò una nuova prigionia rifiutando addirittura di chiedere un giudizio d’appello o un’eventuale grazia.
Ecco: forse nell’ipotesi di rivedere i programmi scolastici dovremmo riscoprire il valore delle antologie anche dal punto di vista pedagogico. Del quale mi pare ci sia un grande bisogno…
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