Metto in conto anche il rimprovero, che più o meno potrebbe suonare così: “Troppa melassa, articolo smoléteco”… Però in fondo è anche colpa sua se

nel mestiere di cronista, iniziato guardando e poi leggendo il collega della carta che mi accompagnava e dava consigli mentre io cercavo di imparare a raccontare Parma in tv, mi è rimasto in mente che oltre alle notizie bisognerebbe cercare di cogliere e raccontare anche le emozioni.

Così, l’altro giorno insieme all’altro dei trì siochètt, ovvero quel Giovanni Ferraguti che dà a entrambi lezioni di moto perpetuo, siamo andati ad ascoltare Antonio Mascolo alla Famija pramnzana (che sempre sia lodata per lo straordinario lavoro culturale guidato dalla coppia Mirella Cenni-Paolo Briganti). Che è poi il nostro andar per cantieri, perché se oggi c’è una Parma città cantiere è quella – magari un po’ patologica – di noi giornalisti che per hobby post-lavoro ci siamo scelti…il giornalismo. E continuiamo a raccontare Parma come se non ci fosse…uno ieri, nel quale proprio questo abbiamo già fatto per circa mezzo secolo.

Con una ulteriore caratteristica, che forse potremmo definire “aggravante”: ovvero la convinzione che anche da ultra65enni la prima regola di un giornalista sia quella di imparare, confrontandosi con gli altri e poi magari cercando di “copiarli”. Quindi non eravamo ad ascoltare Mascolo per “semplice” ma fortissima amicizia, bensì per continuare a rubare qualche nuovo trucco del mestiere. Ad iniziare dal più mascoliano, e a dir la verità impossibile da copiare: ovvero l’imprevedibilità, la capacità di spiazzare. Frutto anche, come gli ho già detto e come a maggior ragione è emerso dalla chiacchierata con un altro ex rugbista quale il prof Paolo Briganti, di quella mentalità da palla ovale che – diversamente dalla più lineare mentalità dei giornalisti cresciuti col culto della palla rotonda – ti fa preparare a cogliere anche i rimbalzi più strani e imprevedibili della cronaca o della politica.

Complice un’altra persona che alla Cultura della città dà tantissimo come Resi Alberici, a sua volta prof con la vocazione anche agli incontri culturali extrascolastici, Antonio ci ha spiazzato anche questa volta. Dal suo bellissimo racconto (223 pagine di fatti e personaggi che hanno segnato la storia della città ma non sempre sotto i riflettori principali del mainstream giornalistico), la voce di Resi e poi quella dello stesso Antonio hanno alternato i ritratti della città a qualche annotazione personale più inedita – almeno in questi incontri pubblici e nelle nostre stesse chiacchierate da amici – con un toccante momento intimo ma condiviso con tutti noi.

Non solo ne è uscita una nuova dimostrazione di quanto sia prezioso per tutti i parmigiani questo libro di “Tracce di Parma”, che l’editor(e) Guido Conti ha immaginato e che Antonio ha composto come una vera mappa effettiva quale la indica il sottotitolo. Ma proprio quel piccolo, sorvegliato e pudico sconfinamento personale ha arricchito, grazie anche al bel dialogo con Briganti e poi con la domanda finale di Mirella Cenni, un incontro che prometteva di parlare “solo” di Parma.

Sarebbe stata una nuova e splendida lezione per i giornalisti futuri, così come Antonio e Giovanni già regalano agli studenti del mio corso universitario. Perché non puoi capire e raccontare Mario Tommasini, o Malerba o la pomposa Capitale della Cultura senza sottoporti quotidianamente a una chirurgia di te stesso, come poi ti potrà capitare davvero sul lettino della sala operatoria, spogliato anche della coperta di Linus dei tanti pigiami regali materni (e mentre lo scrivo penso a quanto si accosti bene a materni anche l’altro significato di “regali”). All’ultima lezione agli studenti e alle studentesse ho detto che “sarete bravi giornalisti se prima sarete brave persone”. E quel bucato di pigiami materni mai messi, che ci ha anche inumidito gli occhi (ma questo è bene non dirglielo per evitare ulteriori sgridate), mi ha confermato che se Mascolo è uno degli ultimi giornalisti che hanno passato la Parma, se ha saputo conquistare nei decenni la stima e l’amicizia dei parmigiani e dei modenesi di cui ha a lungo diretto la Gazzetta prima di tornare a sperimentare qui un intelligentissimo web, è perché prima del giornalista Mascolo c’è Antonio, tuttora ragazzo di provincia che kantianamente mette al primo posto delle sue regole – giornalistiche e non – quel paterno “Riga dritto!” che è suo intimo ricordo familiare ma che andrebbe anche affisso in tutte le redazioni.

Ed ora sgridami pure quanto vuoi, ma grazie per un pomeriggio istruttivo e bellissimo… 🙂

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