“Parce sepulto” suggeriva il Latino di Virgilio con asciutta saggezza. Vero che ai tempi dell’Eneide non ci si doveva confrontare con televisioni, web e social in tempo reale, ma

quel monito resta attualissimo, in queste ore più che mai: “Abbi rispetto per chi è defunto”. Che non è un invito all’ipocrisia, ma ad una pausa e alla sospensione dei giudizi, per far posto alla morte e ai suoi immediati silenzi. E invece in questi giorni abbiamo assistito a due opposti, e ugualmente tristi, eccessi a caldo su Silvio Berlusconi: l’eccesso di rancore di tanti avversari politici e l’eccesso acritico fino alla beatificazione da parte dei suoi alleati o tifosi.

Chi demanda alla Storia il giudizio ha ragione a metà. La Storia farà certamente il suo più lento e documentato percorso, ma a noi contemporanei (e anche a noi giornalisti, per come io intendo questo mestiere e per come cerco di insegnarlo agli studenti universitari) spetta già oggi il dovere, oltre naturalmente al diritto, di iniziare a cercare di capire e giudicare chi davvero è stato questo personaggio che ha segnato come nessun altro gli ultimi 40 anni del nostro Paese. Non solo per giudicare lui e questi decenni, ma soprattutto per capire in che direzione futura muoversi per il bene dell’Italia.

E allora bisogna partire da una constatazione che a me appare perfino lapalissiana: Berlusconi era un genio. Lasciamo momentaneamente da parte il problema (ovviamente non secondario) di capire bene da dove è partito: qualunque fosse infatti la provenienza delle sue prime risorse, ci sono persone che fanno fruttare le proprie fortune e persone che le dilapidano. Berlusconi, comunque sia partito, è indiscutibilmente riuscito ad avere successo in ben quattro diversissimi settori: edilizia, televisione, calcio, politica. E in tutti ha offerto saggi di vera genialità.

Lascio da parte l’edilizia su cui non ho la minima conoscenza, anche se da profano e da quello che ho letto e ascoltato mi pare che la filosofia del quartiere Milano 2 sia stata la prima dimostrazione del suo istinto innovativo e vincente. Il passaggio successivo (le televisioni) ha poi indiscutibilmente esaltato altre due qualità: una visione lungimirante alla luce anche dello studio di esperienze internazionali, sintetizzata nella fondamentale opera di convincimento del più “moderno” pilastro della Rai che era all’epoca Mike Bongiorno; e la sua capacità quasi maniacale di lavoro e di attenzione al dettaglio, condita da una capacità di empatia e di sensibilità per ogni granello dell’ingranaggio aziendale che è stata in questi giorni sottolineata (e credo non inventata) da tutti i protagonisti vicini e lontani della sua cavalcata televisiva. Che cosa poi le tv berlusconiane abbiano significato per la cultura italiana, nel bene e nel male, lo vedremo più avanti: ma per giudicare l’abilità imprenditoriale dell’uomo, la vicenda che ha portato alla creazione di Mediaset è fondamentale e indiscutibile.

Della sua terza intuizione, che lo ha portato a primeggiare nel mondo in un settore considerato anomalo e capace di sfuggire alle “normali” regole dell’economia, nessuno può sapere quanto proprio noi abbiamo visto da vicino, qui a Parma. Sto infatti parlando del calcio, e di quella “folle” scelta di affidare il MIlan, cioè una squadra nella quale aveva investito miliardi, non più al compassato ma esperto Nils Liedholm o alla “garanzia” Giovanni Trapattoni, bensì al “nostro” e semisconosciuto Arrigo Sacchi, che non aveva la minima esperienza di vertice ma neppure di serie A! Una scelta che, per di più, inizialmente sembrò rivelarsi sbagliatissima, ma sulla quale Berlusconi insistette caparbiamente e nello scetticismo generale, con risultati che tuttora il mondo del calcio ricorda come “la squadra perfetta”. Con poi l’ulteriore capacità, allo scadere della quadriennale avventura sacchiana, di “inventarsi” un altro allenatore vincente – Fabio Capello – capace di mantenere altissimo il livello dei risultati del Milan.

Infine, sulla scia di quei successi che fra tv e calcio gli avevano garantito una enorme popolarità ed una immagine vincente, arrivò la più difficile e la più clamorosa delle sue intraprese, come lui stesso le definiva: la discesa nel campo della politica, sconsigliata dagli amici più fidati e sbeffeggiata da avversari e semplici opinionisti ma conclusa dalla creazione – anche qui clamorosamente vittoriosa – di Forza Italia. Con una parabola politica quasi trentennale se contiamo dal 1994 di quella prima vittoria e della prima esperienza da premier fino al 2022 della sua candidatura (per la verità infelice ed improvvida, oltre che senza esito) a Capo dello Stato.

Un vero genio, quindi. Genio per sé e per i suoi affari o per i suoi sodali, ma che inizialmente illuse tutti noi (compreso chi non lo ha mai votato, come chi scrive) di poter dare una scossa anche all’intero Paese, alle pastoie della burocrazia e della mancata modernizzazione delle strutture, e del mancato riconoscimento del merito (che lui invece, da Enrico Mentana appunto a Arrigo Sacchi, sembrava saper valorizzare).

Non solo non è andata così. Il genio e un clamoroso conflitto di interessi (come dimenticare gli scorrettissimi “appelli al voto” berlusconiano in diretta da parte dei più popolari personaggi delle sue tv per il loro datore di lavoro che si era trasformato in candidato politico?) gli hanno sì consentito altri successi elettorali, alternati a qualche sconfitta. Ma il palmares dell’Italia non ha mai imitato né la scintillante bacheca del Milan calcio né i bilanci fruttuosi delle sue tv e dei suoi affari. Semmai, invece, del “cavaliere” sono emerse le ombre: non poche e non secondarie.

Come dite? Queste sono solo calunnie perché secondo voi Berlusconi è soprattutto un perseguitato dall’azione giudiziaria della Magistratura? Sì, in parte anche questo è vero: a guardare le cifre dei procedimenti e delle assoluzioni si potrebbe pensarlo e dirlo, seppur con la tara delle non poche leggi ad personam che hanno rappresentato per lui uno strumento di difesa non meno potente di quelli di accusa in mano ai magistrati. Ma anche se in generale volessimo credere alla teoria del complotto giudiziario che in questi giorni ha ritrovato tanti seguaci, ci sono poi vicende concretissime e definitivamente assodate, che nessuno può ignorare o fingere di non conoscere.

Uno dei suoi avvocati fu condannato per corruzione in atti giudiziari: e lui lo aveva proposto come…ministro della Giustizia nel suo primo governo (e dopo il no del presidente Scalfaro, illuminante esempio della validità dei contrappesi previsti dalla nostra Costituzione, lo volle comunque nel governo dirottandolo alla Difesa). Il suo braccio destro di una vita, Marcello Dell’Utri, è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora, sappiamo tutti che la responsabilità penale è personale e quindi tali colpe non possono essere estese a Berlusconi, ma dal punto di vista etico riesce difficile – proprio dopo tutte le cose dette in questi giorni dai suoi collaboratori – pensare che tutto ciò accadde all’insaputa di un “angelico” imprenditore. O che quel Mangano fosse ad Arcore perchè era un Van Basten degli stalllieri… E perfino se fosse incredibilmente così, a Berlusconi resterebbe una personalissima condanna definitiva per frode fiscale. Resta poi l’adesione a quella cancerogena associazione che fu per l’Italia la P2 di Licio Gelli. Restano, così come in questi giorni si è tanto parlato dell’odio verso di lui che in effetti ci fu e va condannato, le infelici parole che lui – leader politico e uomo di istituzioni – rivolse sprezzante agli avversari politici quando definì “coglioni quelli che votano a sinistra”. Restano le infelicissime parole sul dittatore guerrafondaio e razzista che fu Benito Mussolini, da lui giudicato con indulgenza dimenticando che per il “duce” e per il fascismo persero la vita circa 450mila Italiani, nella folle tragedia della seconda guerra mondiale. E poi resta la farsa di Ruby, che coinvolse perfino un voto del parlamento (in quel caso con la p minuscola)… Ultima, ma non ultima, resta la vergognosa pagina dell’editto bulgaro che portò all’allontanamento dalla Rai il giornalista migliore: Enzo Biagi (e senza dimenticare Santoro e Luttazzi)

Fatti concreti, tutti assodati e incontrovertibili, quindi al di fuori da qualunque teoria di complotto giudiziario. Un elenco stilato a memoria e forse ancora incompleto, ma che dovrebbe essere sufficiente ad aprire gli occhi a chi in questi giorni è caduto in una trinariciuta sindrome da beatificazione. “Capisco” ancora ancora i tg Mediaset, che però in questo modo hanno riproposto nella maniera più palese il tema del conflitto di interessi ignorato per 30 anni. Ma se si vuole provare a leggere la parabola di Silvio Berlusconi con un minimo di oggettività, ribadisco che non si possono ignorare le sue straordinarie e inimitabili qualità (e i funerali hanno confermato la sua grande capacità di farsi amare da una larga fetta di popolo italiano), ma neppure i tanti e spesso gravissimi difetti istituzionali.

Nel Paese che si innamora di uomini soli al comando, un vincente come Berlusconi non poteva non conquistare tanti cuori e tante menti: comprese, giusto dire anche questo, tante menti di intellettuali di rispetto. Ma una volta riconosciute tutte queste sue qualità, che con la mediocrità odierna rischiamo di dovere in futuro rimpiangere, si dia certamente atto a Silvio Berlusconi di essere stato un genio multidisciplinare e soprattutto come imprenditore, anche della politica; ma certo non parliamone come di un modello per il nostro futuro: non, perlomeno, come valori, ma tutt’al più come dinamismo e ottimismo. Berlusconi incarna il ritratto di quello che se perde vuole andarsene a casa col pallone: e il suo Milan lo fece per davvero, nella infelice figuraccia di Marsiglia quando la squadra in svantaggio abbandonò il campo con la scusa di un breve guasto ai riflettori; così come lui stesso, davanti alla sconfitta elettorale da parte di Prodi, parlò a vanvera di “brogli” mai dimostrati…

E, a proposito di valori, appariva un po’ grottesca la cattolicissima cornice del Duomo davanti alla meno “cattolica” delle famiglie, dal punto di vista delle tante mogli e compagne, per tacere della stagione del bunga bunga. L’arcivescovo di Milano ha infatti dovuto sottoporsi a discreti (e retoricamente apprezzabili) equilibrismi, per costruire la sua omelia. Del resto, come accennavamo, la sua televisione commerciale non ha certo rafforzato una cultura più cristiana nel Paese; ma sarebbe ingeneroso darne totalmente la colpa a Berlusconi, che è stato semmai l’effetto di un processo già largamente avviato come seppe analizzare Pasolini quando di Berlusconi ignoravamo ancora l’esistenza. Anche se è innegabile che nei palinsesti Mediaset ci siano programmi che sembrano fatti “apposta” per incattivire e rincoglionire gli spettatori… Ma è altrettanto vero che sia l’imprenditore televisivo che il politico hanno colto i segni di un ripiegamento individualistico che era già nella società e che semmai lui ha amplificato: quello che altri hanno efficacemente descritto come “il Berlusconi che è in noi”.

Insomma, banalmente (anche se non è certo banale la figura di cui parliamo) questa storia italiana è fatta di tante sfolgoranti luci e di tante gravi ombre. Una vita la cui eredità più “educativa” è forse proprio quella calcistica semi-parmigiana incarnata da Sacchi: ovvero il monito a non affidare più il peso del Paese a un singolo (o a una singola…), ma semmai lavorare – a destra come a sinistra – per un collettivo sulla falsariga di quello sacchiano, che permise al Milan di Berlusconi di conquistare il mondo. Un vero gioco di squadra, che senza confondere i ruoli (maggioranza e opposizione: a proposito giudico infelicissima l’assenza dell’ex premier Conte) metta al primo posto non l’interesse di una fazione ma quello dell’Italia: senza stravolgere una Costituzione che proprio con Berlusconi e Previti dimostrò la sua lungimirante efficacia e senza vaneggiare di inutili presidenzialismi. Chi deve governare si limiti a governare e dimostri di saper pensare soprattutto al bene del Paese: come neppure un genio quale Berlusconi ha saputo fare.

Parce sepulto. Ora guardiamo avanti.

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