Il primo istinto, in una società che glorifica più uno sportivo di uno scopritore di farmaci, sarebbe quello di chiedersi se abbia senso riservare una Laurea honoris causa ad un calciatore/allenatore. Ma se stamattina aveste assistito alla cerimonia che ha proclamato il Dottor Carlo Ancelotti, avreste cancellato ogni dubbio: non era un’idea fuori luogo o di passerella, bensì

una scelta azzeccata e – non sembri un paradosso – davvero pedagogica, come si conviene ad una Università.

La dico subito grossa, rifacendomi alla famosa e contestata partita calcistica in Cittadella fra le troupes dei film Novecento e Salò nella quale il ragazzino allora sconosciuto Ancelotti venne schierato un po’ a tradimento dalla squadra di Parma, visto che nulla aveva a che fare col film e che già militava nella giovanili crociate: oggi, probabilmente, quell’eterno ragazzo dal buffo sopracciglio inarcato avrebbe convinto sia Bertolucci che Pasolini. Non tanto per il racconto della sua parabola calcistica, che pure non ha mai disgiunto i tanti successi da un comportamento ineccepibile sia nelle vittorie (tante) che nelle sconfitte (a volte brucianti come a Istanbul), bensì per quegli accenni a una educazione contadina che avrebbero positivamente sorpreso – nel 2023 – sia il poeta delle campagne friulane e poi delle lucciole sia il regista dell’agreste Novecento. Con quella simbolica e splendida frase in risposta ai tifosi juventini che lo avevano accolto con lo slogan “Un maiale non può allenare la Juve”, ovvero “Dalle mie parti abbiamo più rispetto per il maiale”…

No: non vi sembrino esagerazioni. Proprio perché conosciamo tutti gli eccessi del calcio (ma ne conosciamo anche il grandissimo seguito planetario), un racconto che mette insieme trionfi e sconfitte, lavoro e sfortuna (quanti problemi alle ginocchia per Carlo!), ambizione e umiltà, personalità e senso della squadra, avere da oggi un dottor Ancelotti non è solo una bella vetrina per la nostra Università, ma è anche un vero e genuino esempio per i giovani, che siano a loro volta aspiranti calciatori oppure studenti e studentesse. Perché la sfida e la ricetta sono le stesse in ogni settore: impegnarsi, saper soffrire e tenere i piedi per terra, come fanno i contadini dei nostri campi di qua e di là dall’Enza. Magari con un pizzico di visionaria follia: quella che Ancelotti ha appreso dal maestro Arrigo Sacchi, a sua volta tornato oggi a Parma e accolto con tanto affetto da chi c’era-

E quando alla fine il vecchio cronista che conobbe Ancelotti 45 anni fa sul pullman del Parma in ritiro per lo spareggio di Vicenza lo va a salutare, la cortesia e il sorriso sono gli stessi di allora, di chi non è cambiato nonostante nel frattempo sia passato un fiume di scudetti e di Champions… Grazie della bella lezione, dottor Carletto!

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