L’altra sera guardavo al TG La7 il video, commentato da Enrico Mentana con la notizia della sentenza di condanna, delle persone che avevano devastato la sede della Cgil. Ho scritto persone, e non

delinquenti o fascisti o ignoranti, perché prima di tutto questo (in ordine alfabetico) quelle che vedevo nel filmato erano e sono persone. E mi chiedevo con quali pensieri fossero poi tornate a casa transitando magari davanti a uno specchio o rivedendosi adesso in quello spezzone di Tg.

Mi è tornato in mente Carlo Righi, simpaticissimo collaboratore della Gazzetta di Parma col quale mio fratello spesso condivideva le cronache dei campionati dilettantistici. Arrivati un giorno a Felino, si trovarono di fronte un tifoso furente per una precedente cronaca gazzettiera che lo aggredì verbalmente e concluse in dialetto: “At cavarìss ‘n orècia!” (Ti strapperei un orecchio). Carlo lo guardò e serafico gli rispose: “E pò co’ n’in fät…?” (E poi che cosa te ne fai…?). Scoppiarono tutti a ridere, e anche il belligerante tifoso depose la rabbia.

Ecco: mentre vedevo quelle scene rabbiose contro gli oggetti della sede sindacale mi chiedevo anch’io “e adesso che cosa ve ne fate?, che cosa avete ottenuto?”. Che è poi la più ovvia e banale delle domande di fronte a qualsiasi violenza, ad iniziare da quella tragicamente stupida delle troppe guerre di questo 2023. E vale, ovviamente, per la violenza di qualsiasi colore, come scrissi a suo tempo per la “persona” (torno a usare questo termine) che compì “l’eroico gesto” di aggredire in via Mazzini il gazebo della Lega.

Mi fanno sempre doppiamente pena queste persone. Anzitutto perché chi ricorre alla violenza deve avere evidentemente assai poca fiducia nelle proprie idee, che altrimenti cercherebbe di imporle in tutt’altro modo. E poi perché sono anche così poco intelligenti da non capire che ogni gesto del genere sposta inevitabilmente la solidarietà verso gli aggrediti, quindi verso quelle idee (da una parte Cgil dall’altra Lega) che gli aggressori vorrebbero combattere e sconfiggere…

Quella videonotizia da tg non è, purtroppo, un caso isolato. Senza tornare alle guerre, le nostre cronache sono state piene di episodi: femminicidi, aggressioni scolastiche o a medici, risse, baby gang ecc. ecc. (ovviamente senza dimenticare il “normale” contributo della criminalità). E tutto questo trova uno “straordinario” humus culturale, o meglio sottoculturale, nell’utilizzo dei social, dove neppure più basta confrontare le idee, anche duramente. No: ormai la prima esigenza è l’insulto, la denigrazione dell’altro.

Vale un po’ per tutti noi, compreso chi scrive, spesso senza che ce ne accorgiamo. Vale anche a Parma, anche nelle case in cui fra pochi giorni ci basterà un piatto di anolini o un albero addobbato per fingerci più buoni. Per poi tornare al livore di tutti i giorni, anche solo se si tratta di parlare di pallone (chiedere a Pioli o a Krause in questi ultimi anni…). Sembrano tutte frasi retoriche o da tema scolastico: ma chiediamoci se siamo però sicuri di essere felici di vivere così… E chiediamoci anche noi più spesso “E pò co’ n’in fät…?”.

Buon Natale! Quello vero, col sorriso… 🙂

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