Ognuna delle due mostra basterebbe da sola a giustificare la visita all’Ape Museo di via Farini. Averle in contemporanea sembra perfino

troppa grazia, ed è un formidabile stimolo, per capire come Storia, Arte e Cultura in genere siano le sole strade per risollevarci dalla triste mediocrità che anche le discussioni del 25 Aprile hanno proposto come specchio dell’Italia attuale, Parma inclusa.

Così, ben venga davvero questa doppia e preziosa opportunità nello spazio, sempre più prezioso, che si offre alla città grazie alla Fondazione Monteparma. Due mostre autonome eppure in qualche modo collegate soprattutto da un grande e purtroppo attualissimo tema: l’orrore e la stupidità ottusa delle guerre.

La prima delle due mostre, quella su “L’altra Resistenza”, racconta una storia mai completamente valorizzata: quella degli IMI, ovvero Internati Militari Italiani che divennero tali perché, da soldati dell’esercito italiano, all’indomani dell’8 settembre 1943 e del caos seguito all’armistizio rifiutarono le lusinghe/minacce nazifasciste e anziché combattere per la repubblica di Salò furono sottoposti alla prigionia nei lager. Mille umiliazioni, fra cui “la fame nuova ogni giorno”, per usare le parole del più famoso fra quegli internati: Giovannino Guareschi.

Le immagini e i testi della mostra, fra cui alcuni toccanti disegni dello stesso Guareschi che da lì immaginò quelle due splendide opere che sono il Diario clandestino e la Favola di Natale, dicono quanto fu eroico il comportamento di quei militari divenuti prigionieri: quanta dignità e quanto orgoglio essi opposero alle umiliazioni e alle offerte dei nazisti. E, per dirla ancora con Guareschi, “non abbiamo mai dimenticato di essere uomini”: il che significa non solo avere resistito ma anche avere conservato la capacità di non odiare quegli aguzzini. Una lezione che sarebbe stata importante, per la rinascita del Paese, ma al loro ritorno gli IMI vennero snobbati se non guardati con diffidenza: una delle lacerazioni che segnarono l’immediato dopoguerra e di cui in qualche modo ancora paghiamo le conseguenze.

Una mostra da vedere e su cui riflettere, dunque. Con l’ulteriore regalo di poter poi proseguire il percorso entrando nel mondo di un grandissimo genio quale Pablo Picasso.

“A cena con Picasso” è il titolo, che ricorda la cena memorabile avvenuta nel 1964 in Francia nella casa dell’artista e della moglie Jacqueline a Mougins alla quale parteciparono Renato Guttuso con Mimise, lo storico dell’arte del movimento cubista Douglas Cooper e il parmigiano Mario Bocchi. L’amicizia fra il grande pittore ed il giovane animatore di cineclub di provincia era nata 11 anni prima a Milano, in occasione di una mostra che aveva portato in Italia anche il capolavoro Guernica. E nell’occasione della cena, Bocchi scattò alcune foto che oggi ci emozionano raccontando quei contatti fra artisti, e che si uniscono a scambio di foto dedicate e di corrispondenza fra Picasso, Jacqueline e Mario.

Qui si sfiora il mondo di un genio come nella prima mostra si sfiora la grandezza di tanti uomini nel momento più buio. Non si può non uscirne, in entrambi i casi, arricchiti.

(Mostra IMI fino al 15 giugno – Mostra Picasso-Bocchi fino al 31 luglio)

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