Ha senso il reato di femminicidio?

Se ne è parlato

in questi giorni sulle colonne della Gazzetta, dove a un intervento di Monica Cocconi, docente di Diritto nella nostra Università, ha replicato l’avvocato Ernesto Calistro.

Per coerenza con ciò che penso di facebook, dove in tanti pretendono di sentenziare anche su materie a loro sconosciute, devo premettere che non ho sufficienti titoli per entrare in un dibattito giuridico (la Laurea in Giurisprudenza ci sarebbe anche, ma è un po’ troppo lontana per farla valere qui…). Però forse qualche riflessione si può tentare, lasciando poi ad altri e più titolati interventi la possibilità di precisare o correggere.

Innanzitutto va sgombrato il campo da un equivoco, e da un’inesattezza che alcuni vogliono far credere: non è vero che, come si è letto, “uccidere  un essere umano di sesso femminile è un fatto più grave, solo per questa ragione, che ucciderne uno di sesso maschile”. Questa è una inesattezza, o una menzogna: se domani io vado nelle strade di Parma e uccido prima un uomo e poi una donna incontrati a caso in città non commetto due reati diversi e non avrò due pene diverse.

Il reato di femminicidio introdotto nel 2025 (una delle poche cose che condivido di questo governo) prevede infatti che la donna sia stata uccisa in circostanze e per motivi ben più particolari, rispetto alla “semplice” uccisione di una donna che ovviamente non può essere diversa dalla “semplice” uccisione di un uomo. Qui si parla infatti, ad esempio, di omicidio “commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.

Traducendo, dal pur già chiaro codice penale, questo significa che l’omicidio diventa femminicidio solo quando si inserisce in un rapporto nel quale l’uomo intende avere un rapporto continuo di sopraffazione e controllo, sia durante il rapporto sia (ancor più spesso) qualora la donna decidesse – come dovrebbe poter fare liberamente – di interromperlo. E poiché ogni tanto qualcuno cita i casi opposti, ovvero l’uccisione di uomini da parte di loro compagne, è evidente che chi ha deciso di introdurre il reato di femminicidio (e non anche quello di maschicidio) lo ha fatto perché i casi di uccisione di donne sono molto più numerose, e si accompagnano a una serie di altre vessazioni (violenze fisiche e non solo) che a loro volta sono sbilanciatissime a sfavore delle violenze di uomini verso donna e non viceversa.

Ci sono poi “puristi” secondo i quali il Diritto penale e il Codice penale devono servire a stabilire le pene in modo “uguale per tutti”, senza poter avere la funzione di dare maggiore visibilità a certi reati per motivazioni sociologiche. Qui la risposta la potrà dare solo la Corte costituzionale, ma è interessante far notare che quelli che applicano questa interpretazione “purista” spesso appartengono alla parte che sulla violenza contro le donne, e sui diritti delle donne in genere, sono i più assenti e distratti. Quelli, per capirci, che la donna la vorrebbero a casa a cucinare e a crescere (quasi da sola) i figli. Oppure quelli che si rifugiano nella necessità di una educazione virile – e magari militare – ritenendo che la causa dei femminicidi è nella fragilità maschile, ovviamente provocata dalle culture woke e simili.

Già, chissà che cultura woke era alla base del femminicidio di Melania Rea, commesso da Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’esercito italiano…

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