Li ha definiti “Ritagli di giornalismo”, ma ieri luccicavano come diamanti di provincia. In questa strana città, che spesso gonfia e millanta talenti, e che da decenni è costretta alla respirazione bocca a bocca per un aeroporto che non siamo mai riusciti a far decollare, nessuno ha mai pensato

ad inserire fra i 100 e più libri parmigiani che escono ogni anno anche una storia della più mitica Gazzetta di Parma: quella di Baldassarre Molossi. Una vera e prolungata eccellenza del suo settore (la Gazzetta si appresta a compiere 300 anni!) cha raggiunse numeri da capogiro, ancor più se visti oggi nel pieno della crisi nazionale e planetaria del giornalismo.

Ho pensato spesso che questa storia potesse e “dovesse” scriverla chi quella Gazzetta ha vissuto come cronista prima di staccarsene e di poterla guardare da “lontano” (ovvero da Modena e da un’altra Gazzetta, questa volta nel ruolo di giovanissimo direttore). Ma Antonio Mascolo non è mai come te lo aspetti: e così, il “libro” ce lo ha sfogliato a parole e raccontato nel cuore della città: Palazzo del Governatore. Un reading del cuore e di una memoria non fine a sé stessa.

Aneddoti da non trattenere le risate, momenti e nomi da groppo alla gola, con in sottofondo le foto di Giovanni Ferraguti o gli scatti un po’ goliardici in redazione. Storie apparentemente piccole, ma degne di un film: il collaboratore Guido Milan, così autorevole con i suoi baffi bianchi da potersi presentare nelle case dei familiari della vittima di un incidente quasi fosse un magistrato, portandosi via le foto da pubblicare e contemporaneamente da sottrarre alla concorrenza del Resto del Carlino. Oppure il blitz di Luciano Castaldini, che non si sa come arriva prima delle forze dell’ordine sul luogo del delitto e convince l’assassino a salire sulla sua macchina, portandoselo in giro per una intervista prima di riportarlo a casa e consegnarlo ai carabinieri…

Gente cinica? A volte anche “peggio” (e vi risparmiamo i dettagli della foto scattata di nascosto nel camino dove era misteriosamente finita senza vita una donna scomparsa della quale erano intanto in corso le ricerche). Gente cinica? No: in realtà no, nonostante le apparenze. Semmai, erano questi i modelli del leggendario giornalismo americano, importati anche dal cinema e adattati ai ritmi della nostra provincia. E anche se sembra un paradosso dirlo, dopo gli episodi che abbiamo appena raccontato, nel contesto di quegli anni e di una città molto più coesa, anche quelle che oggi sarebbero inaccettabili violazioni della privacy allora venivano accolte dagli stessi familiari con lo stesso rispetto che si portava ai veri tutori della Legge, e quasi con gratitudine per una foto che – seppur triste – avrebbe cullato i ricordi, nell’epoca senza telefonini e tv, e nella quale anche le foto su pellicola erano eventi quasi eccezionali.

La Gazzetta. Rito quotidiano anche per i tanti che votavano PCI, ma che correvano subito a leggere “La coda del diavolo”, brevi corsivi di Baldassarre Molossi che spesso guastavano l’umore alla parte più “rossa” di Parma. La Gazzetta. Da cui partivano metaforici pullman per far sbarcare a Milano decine di cronisti che, una volta imparato a descrivere la provincia in quella splendida squadra giornalistica, sarebbero poi finiti nelle grandi testate nazionali fino a diventarne gli inviati più speciali in giro per il pianeta. La Gazzetta. Giornale “dei padroni” il cui direttore ebbe però la forza di metterlo in prima pagina uno di quei padroni, quando scattarono le manette dello scandalo edilizio. La Gazzetta. Dove due cronisti-poeti come Paolo Pedretti e Corrado Corti alternavano i loro articoli a scambi di biglietti con versi e giochi di parole. La Gazzetta. Dove l’opposizione ai comunisti conviveva con lo spazio, accordato proprio al giovane cronista Mascolo, per una inchiesta a puntate sullo stesso PCI o sul racconto che si mescolò con la nascita e crescita di Teatro Due e della compagnia, “comunista” fin dal nome, del Collettivo.

La Gazzetta di Baldassarre, re mago di un giornalismo che non solo arrivò a vendite incredibili, che oggi invidierebbero anche molti quotidiani nazionali, ma che soprattutto seppe dare a Parma una identità parmigiana di cui proprio l’appassionato e sorridente e a tratti commosso racconto di Mascolo ha saputo rincorrere le tracce. E mentre campeggiava sullo schermo la foto di quel “Dream team” del giornalismo davanti al ristorante stendhaliano di Sacca, si avvertiva nella sala un profumo che poteva apparire di nostalgia, ma che la presenza fra il pubblico di qualche giovanissima studentessa ci fa sperare potesse essere profumo di speranza, per il giornalismo di domani. E anche per noi.

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