Quell’occhio destro “sbagliato”, che ricompare sia nelle foto in bianco e nero in maniche di camicia che nel video in bella maglietta rossa, oggi sembra indicarci il segreto di Mario Tommasini: guardava sghembo, e per questo sapeva guardare

più lontano degli altri, soprattutto dove anche la vita appariva a sua volta sghemba ed emarginata.

Quella dei manicomi è certamente la più simbolica (ma non l’unica) delle battaglie vinte da “Mario”, il politico parmigiano che più di tutti viene ricordato col solo nome di battesimo, ancora oggi quando della politica scaldano poco tanti cognomi. E “Manicomio occupato!” è il titolo della bellissima mostra che l’Ape Museo, sempre più auitorevole avamposto culturale della città, ospita fino al 12 aprile, cioè la data che segnerà 20 anni dalla morte di Tommasini.

Di quei giorni, grazie ai tanti documenti raccolti ed esposti con cura e intelligenza dai curatori e grazie alle fotografie di Giovanni Ferraguti e Franco Furoncoli, la mostra resituisce un clima che è fatto di contrasti (certo: c’erano anche allora, e molto forti, ma erano imperniati sulle idee e su una “rispettosa battaglia”). Ma era anche clima adatto ad iniziative rivoluzionarie, che di Tommasini sono state davvero la prima caratteristica: non diremo che le ha sempre azzeccate, ma più di una volta sì. E quando è riuscito, ha lasciato davvero il segno.

Ecco perché la mostra vale per due: da una parte c’è l’interessantissima storia della battaglia contro i manicomi, inserita e allo stesso tempo staccata dal Sessantotto parmigiano, così come lo fu l’altra clamorosa occupazione della Cattedrale. E dall’altra, protagonista pur senza volersi prendere sempre la scena, la mostra racconta Tommasini: anzi, racconta Mario. E non è storia per reduci o per studiosi del passato, ma è lezione per la politica e per la Parma di oggi.

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