Ma che magia è? Non solo assistere alla proiezione integrale di Novecento nella bellezza del Teatro Regio. Ma addirittura,
uscendo nel foyer alla fine dell’Atto primo nel quale lei è da poco comparsa sullo schermo come una visione illuminante Dominique Sanda, ti ritrovi a fianco proprio lei: la Sanda. Mi basterebbe il tempo di un “Grazie”, per quel film, per tanti altri film, e per essere quella sera al Regio e a Parma. Ma c’è perfino il tempo – e la sua disponibilità – per farsi raccontare anche della sua emozione nel rivedere il film 50 anni dopo, e per ascoltarla sottolineare, con affettuosa sincerità, sia che in quel film “c’è la poesia di Bernardo”, sia che ci sono “altre cose che mi piacciono meno, e che a volte forse non convinsero del tutto neppure Bernardo”.


E’ già tempo di tornare in platea, dopo questo “film nel film” aggiornato all’oggi. Forse è la suggestione dell’incontro, ma nell’Atto secondo l’attrice francese mi sembra ora molto più protagonista e significativa di come la ricordavo dall’ultima visione del film. Anche se, man mano che si procede, resta invece quella sensazione di “troppo” su questo secondo atto: troppe bandiere rosse come sinonimo di troppa retorica, e c’è qualcosa di non risolto anche nel finale (la pur comica goffa lite da vecchi di Alfredo e Olmo), mentre resta invece validissima l’ultimissima scena che ci riporta ai binari della prima parte del film.
Novecento è ancora qui, per certi versi, anche mezzo secolo dopo: è nello scarto fra una prima parte straordinaria e un “secondo tempo” un po’ più laborioso. Ma sia chiaro che i pregi e le emozioni abbondano anche qui, e in fondo la seconda parte ci dice che Bernardo Bertolucci (ma forse dovremmo dire “i” Bertolucci, che in qualche modo sono tutti e tre presenti in questo film) ha la straordinaria capacità di ammantare di poesia anche i suoi difetti o le scelte meno convincenti.
La proiezione integrale è una vera maratona (317 minuti, ovvero più di 5 ore). Ma se ne esce, complice la più affascinante cornice che Parma possa offrire a una proiezione, sognanti. Ci sono momenti e immagini e musiche (grazie anche a due poeti di altre discipline come Vittorio Storaro e Ennio Morricone) che si radicano dentro proprio come 50 anni fa. E, seppur detto da profano, se il Bertolucci da Oscar è quello de L’ultimo imperatore, quello di Novecento è forse il Bertolucci più ambiziosamente sognatore, con questo affresco di civiltà contadina che sovrasta perfino (e anche Pasolini lo disse) la lunga e crudele pagina del fascismo.
Se l’inizio prende le mosse dalla morte di Verdi, il film è poi un coro verdiano. Ma un coro di grandi…solisti. Prima che la sequenza cronologica porti in scena De Niro e Depardieu, Sanda, Sandrelli ecc., ci sono momenti indimenticabili dei due grandi “vecchi” Burt Lancaster e Sterling Hayden e di un ispiratissimo Romolo Valli.
Film ancora da vedere e rivedere, al cinema o in dvd o su YouTube (ma qui non so con quanto rispetto del copyright…). Cinema-poesia da approfondire nella splendida mostra a Palazzo del Governatore o nel preziosissimo libro Bertolucci A-Z. Cinema di impegno appassionato, da ricordare anche con incontri e dibattiti: eredità preziosa da non lasciar cadere. Perché in quel film di 50 anni fa non c’è solo una lunga pagina di Storia italiana, e non c’è solo la rivoluzione sperata o temuta o tradita del 25 Aprile e del dopoguerra. Se guardiamo bene, in quel Novecento ci siamo anche noi, ma con una differenza rispetto ai Bertolucci: oggi nei nostri difetti, non c’è più traccia di Poesia…
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