Sono sempre come bolle di sapone le pagine di Tito Pioli. Ma non perché evaporano: bensì perché, al contrario, riescono sempre
a regalarci un po’ di magia e di favola. E alla fine, lasciano dentro qualcosa che non evaporerà altrettanto facilmente.
Lo avevamo lasciato, poco più di un anno fa, con Penne in testa terra in mano, favola dai sapori zavattiniani e pasoliniani. Ed ora, per la Nuova editrice Berti, ecco un Mondo matto (nel titolo abbiamo circoscvritto le virgolette all’aggettivo, e fra poco capirete perché) nel quale ancora i personaggi si muovono come in una fiaba.
Ma stavolta la fiaba (presentata nei giorni scorsi in piazzale Bertozzi) è anche storia, parmigiana e politica. Racconta infatti di un certo Mario Sini, nel quale è fin troppo facile riconoscere, allungando di poche lettere il cognome, Mario Tommasini. In neppure 100 pagine tascabili, Tito ha raccontato Mario più e meglio di quanto non avrebbero fatto saggi voluminosi, e lo ha fatto a modo suo.
Mario, in questo caso, è un medico, che però ben presto ricongiunge la sua storia a quella di Tommasini attraverso il manicomio e a una serie di azioni e parole che sono favola ma che si attagliano perfettamente al vero Mario, e alla sua costante attenzione per gli ultimi e i fragili.
Ci sono tantissime righe e tantissime invenzioni da gustare. Dai ricoveri in ospedale per le mancanze più strane (per una statua del Boudard senza un dito, o per chi mancava del coraggio o di un sorriso) a quando chiedono a Mario perché gli piacciono i malati psichici (“Perché ti mettono delle cose in tasca di nascosto”) o disabili (“Perché urlano di gioia per niente”). E viene davvero da credere a Pioli (e a Mario, secondo il quale “nulla è impossibile”), quando nella città della favola si decide che la moneta per pagare le varie merci saranno i fiori.
Una favola, sì, ma anche una Parma che in parte è esistita davvero, con un senso visionario del quale avremmo ancora bisogno.


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