Quando dico che per capire il presente e progettare il futuro occorre prima studiare il passato, posso sembrare uno di quei
“secchioni” che vivono solo di libri e ne sono fissati.
Prendiamo invece il tema della magistratura politicizzata. Chi ne parla, soprattutto a destra, lo fa ogni volta che un’inchiesta tocca quella parte politica, dimenticando magari le indagini e le sentenze contro i Mimmo Lucano o contro la giunta Sala; oppure dimenticando che anche dalle nostre parti ci sono state carriere politiche stroncate da inchieste finite nel nulla: Vignali? No: io parlavo di Peri e Ferrari.
Allora, è giustissimo denunciare e indignarsi per casi come quello di Palamara. Ma non si può ignorare che la politicizzazione della magistratura è passata e passa tuttora anche per la patologia opposta: ovvero le toghe “nere”, o conservatrici, se preferite. E se c’è chi si è indignato per il presidente ligure Toti (che poi ha finito per patteggiare: non una condanna ma neppure una medaglia al valore dell’innocenza…), sarebbe bene che si studiasse prima qualche passaggio degli anni delle bombe e della strategia della tensione. Chi esprime dubbi sulle sentenze della strage fascista di Bologna (e nei giorni scorsi si è dovuto nascondere anche dai social per non doverne ammettere la matrice), dovrebbe chiedersi come mai dopo poche ore dalla strage il magistrato che avrebbe condotto l’inchiesta sentì il bisogno di un viaggio a Reggio nell’albergo del padre – guarda un po’ le coincidenze… – di Paolo Bellini, uno dei condannati per la strage dopo che un filmato ne ha documentato la presenza in stazione quel giorno.
Curioso vero? No, non curioso: semmai gravissimo o quanto meno inopportuno e sospetto.
Ma senza bisogno di andare sul terrorismo (o meglio: il bisogno c’è, quindi informatevi prima di scrivere post insensati sulle sentenze di Bologna!), l’azione delle toghe nere o reazionarie si è fatta sentire nel nostro Paese anche in altri campi, con un’azione troppo mirata per potersi definire casuale.
Ne sappiamo qualcosa anche a Parma: in particolare per la vergognosa sentenza che avrebbe mandato letteralmente al rogo un’opera intensa come Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci. Perse perfino il diritto di voto per alcuni anni il regista parmigiano, colpito da un provvedimento degno delle dittature sudamericane. Per fortuna, ed ecco perché abbiamo scritto “avrebbe mandato al rogo”, qualcuno salvò una copia della pellicola, che uscì dalla clandestinità diversi anni dopo, quando il clima del Paese e la consapevolezza delle persone era cambiata… Non fu neppure l’unica volta per Bertolucci, colpito dalla censura anche come produttore del film Io con te non ci sto più di Gianni Amelio.
Ma il record della vergogna della censura bigotta di quella Italietta è certamente quella che ha accompagnato per oltre un ventennio (già: proprio un “ventennio”…) Pier Paolo Pasolini: ecco perché, pur non avendolo ancora nominato, questo articolo è nella sezione dedicata all’imminente 50° della sua morte.
Il “culmine” di quella crociata reazionaria fu probabilmente nel 1963, quando il magistrato Giuseppe Di Gennaro (che sarebbe inseguito approdato alla direzione antimafia) si esibì in una contorta, quanto arretrata e soprattutto ingiustificata, requisitoria contro il film La ricotta, spezzone pasoliniano del Ro.Go.Pa.G, pellicola a episodi firmati – nell’ordine indicato dal titolo – da Rossellini, Godard, appunto Pasolini e Gregoretti. La parte pasoliniana era dedicata a un film sulla crocifissione di Cristo, conclusa tragicamente nella “realtà cinematografica” dalla morte per indigestione dell’attore-ladrone crocifisso a lato di Gesù. Una pellicola estremamente stimolante sulla religione e sulle distorsioni economiche e morali dell’Italia che il boom economico stava imborghesendo a scapito dei valori della civiltà contadina.
Il film (guardatelo perché merita!) fu subito sequestrato, e dopo una prima condanna ci vollero mesi per arrivare all’assoluzione di Pasolini in appello, e a una sentenza di Cassazione nella quale il reato (presunto) era già comunque amnistiato… Sarebbe da pubblicare e da leggere oggi, quella requisitoria vergognosa e insieme ridicola.
Ma fu solo un passaggio, di un cammino che era iniziato già con il Pasolini scrittore: già il primo romanzo Ragazzi di vita fu accusato di “oscenità” e “linguaggio crudo”; e qui va rivendicato con orgoglio il ruolo di Parma, che grazie ad Attilio Bertolucci ed altri scelse proprio Ragazzi di vita come libro vincitore del premio alla memoria di Mario Colombi Guidotti.
Ma anche in seguito fu uno stillicidio di azioni giudiziarie per libri e film, perfino oltre alla morte di Pasolini, quando nel mirino finì anche il film postumo Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Va bene, dirà qualcuno: ma stiamo comunque parlando di mezzo secolo fa ed oltre. Verissimo, ma non stiamo comunque parlando di Medioevo (se non mentale): e sapere bene quello che è potuto avvenire in piena democrazia del dopoguerra può essere utilissimo per evitare che, anche nel terzo millennio, rinasca qualche voglia di medioevo…
PASOLINI 50: riflessioni su un intellettuale scomodo adatte all’attualità del nostro 2025: leggi qui
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