E’ stato molto triste leggere e poi scrivere, nella pagina-ricordo della Gazzetta, della morte di Claudio Benassi, l’ultimo dei Corvi. E oggi potrebbe sembrare naturale, a molti di voi che leggete, l’istinto di
incasellare la notizia: nostalgica per i parmigiani con i capelli grigi e forse poco impattante per i ragazzi di oggi (a parte forse quelli del giro delle band musicali).
Ma non è esattamente così. Certo: è vero che il nome dei Corvi evoca per Parma un sapore di anni Sessanta, a rischio nostalgia o con quella patina che segna cose e nomi ormai lontani, come Adorni, Salvarani o amplificatori Davoli, eccetera eccetera. Sembrano storie da Techetechetè in tv o da piccoli trafiletti di giornale, come era stato nei giorni scorsi per il fondatore di un altro gruppo beat come i Camaleonti, probabilmente sconosciuti agli Under25 di oggi.
E invece no. Anche se la storia dei Corvi sembrerebbe avere poco a che fare con altre e più patinate o eleganti eccellenze cittadine, sarebbe davvero bene studiarsela, questa favola lontana ed effimera che poi in realtà si è conservata nei decenni con insospettabile longevità. Certo: viene da sorridere a rileggere, nel libro che Claudio scrisse insieme a Pierangelo Pettenati, di certe gaffes o di come i milioni guadagnati venivano spesi con ancor maggiore rapidità.
Ma l’errore più grande sarebbe quello di guardare a questa storia di musica (e di sogni) come a un raccontino di serie B, o con quella puzza sotto il naso che è nel nostro dna parmigiano. Quei ragazzi di strada avranno avuto mille limiti e mille difetti, e forse non sapevano sempre come comportarsi negli hotel o a tavola, ma nel loro campo hanno costruito qualcosa che tuttora riesce a conquistare e ad emozionare. E nella città che non sempre sa come arrivare ai propri obiettivi, in fondo Angelo, Fabrizio, Gimmi e Claudio sono stati più bravi di tanti di noi: anche perché, per prendere e adattare due frasi della loro canzone più famosa, “Io sono un poco di buono”, ma “conosco quel che vale”. Grazie Claudio, e ancora buona musica!
PS – Incontrare Claudio era spesso sinonimo di risate. Non sembri irrispettoso dire che mi è capitato anche nella Sala del commiato di Traversetolo, nel vedere che Claudio era rimasto con indosso il berretto e soprattutto con in mano le bacchette, come fosse pronto a pestare di nuovo sulla sua batteria… Ho subito pensato: no, anche se lo avrebbe e avrebbero meritato, era impossibile che la Parma patinata capisse in questi 40 anni che anche la storia dei Corvi, e di 4 Ragazzi di strada, potesse meritare quanto meno un attestato sul proscenio del Sant’Ilario. E poi ho pensato a Pietro Amoretti e agli altri musicisti che avevano condiviso il palco con questo loro compagno di musica ultraottantenne: magari sbaglierò, e comunque immagino che non sia facile, ma in quelle bacchette mi è sembrato di leggere un invito, a loro e a tutti noi, a fare in modo che i Corvi continuino a volare…
E della musica dei Corvi continueremo presto a parlare anche qui (segue)
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