Quanta forza interiore! Quanta angoscia, quanto tempo di dolore, quanto coraggio, quanta nobiltà… E dall’altra parte,

quanta necessità di fare i conti con sé stessi, con le proprie scelte, con i propri tragici sbagli, ma anche con la possibilità forse di contribuire oggi a qualcosa di positivo, che non cancella il passato ma che può in parte costruire un futuro migliore, più umano.

Quando ho richiuso il libro dopo avere divorato le sue 263 pagine, la prima sensazione è stata di grande e commossa gratitudine verso Giovanni Ricci, che la copertina indica come autore insieme a Ludovico Testa, uno storico (per di più parmigiano: non lo conoscevo e spero che presto possa essere ospite di Parma a parlare del suo libro insieme a Giovanni) che ha costruito un eccellente lavoro di carta. Carta che resta, pagine che “urlano sottovoce” qualcosa di potentissimo, che dovrebbe essere tema di serate televisive, dibattiti e presentazioni nelle città, testimonianza nelle scuole.

E’ già accaduto in passato anche a Parma, negli incontri organizzati grazie a Max Ravanetti: la giustizia riparativa ha qui ammutolito e stregato platee di studenti, sindacalisti, operatori nel sociale. Quel dialogo “impossibile” fra chi dichiarò guerra armata allo Stato (lo “stato imperialista delle multinazionali”) e chi di quelle armi fu vittima indiretta, per aver perso un familiare, è una delle più importanti – e sottovalutate – pagine del nostro tempo così confuso e divisivo. Lo dico anche per esperienza personale, avendo moderato uno di questi emozionanti dibattiti: trovarsi seduto tra la figlia di Aldo Moro Agnese e Adriana Faranda, che partecipò al sequestro di via Fani, è qualcosa che toglie dalla Storia che solitamente viviamo col filtro di giornali e tv per proiettarci nella quotidianità, loro e di riflesso anche nostra. E Giovanni era il figlio, appena 12enne, di Domenico Ricci, carabiniere che guidava l’auto su cui viaggiava Aldo Moro.

Il suo racconto ci spiega che il 16 marzo (giorno del sequestro del 1978 con l’uccisione dei cinque uomini della scorta di Moro) e il 9 maggio (uccisione dello stesso Moro) non sono rimaste per loro date isolate sul calendario della Storia: per qualcuno si sono moltiplicati e rinnovati, giorno per giorno, lacrima dopo lacrima, fino all’istinto dell’odio e della vendetta.

Ecco: l’odio. E’ questo, paradossalmente, il punto di legame fra le storie contrapposte. Da una parte, per interposta persona, Moro, i suoi agenti di scorta, i giornalisti o i magistrati che furono vittima del piombo brigatista erano visti da chi sparava come simboli di quello Stato che non aveva impedito (o addirittura aveva agevolato, con qualche suo pezzo deviato) il terrorismo nero delle bombe nelle banche e sui treni e poi anche nelle piazze come a Brescia. Reazione contraria ed ugualmente e tragicamente sbagliata, perché la violenza è alla fine come nel film War games e come a “Tris”: non vince nessuno.

Ma a colpire inevitabilmente di più è quando la parola odio affiora nel racconto di Giovanni. Tanto più per chi, come me, ne ha conosciuto la sorridente mitezza. Eppure, spiega lui a Testa nelle pagine del libro, dopo il trauma della notizia, dopo il dolore, dopo le difficoltà, dopo le indagini e i processi e le condanne, restava qualcosa di non sopito che sembrava poter sfociare proprio e solo nell’odio, e nel desiderio di vendetta: farsi giustizia da sé.

E’ qui che Giovanni Ricci, Agnese Moro, Giorgio Bazzega (figlio di un poliziotto ucciso da Walter Alasia) ed altri hanno intuito che poteva esserci per loro un’altra strada: contorta e in salita, difficile perfino da imboccare e piena di domande e dubbi. La stessa strada, in modo ovviamente diverso, si è presentata ad alcuni dei brigatisti: soprattutto a chi fra loro aveva già iniziato (ancora nei giorni del sequestro Moro) a porsi qualche dubbio sulla realtà della lotta armata.

Fra mille diffidenze, con silenzi poi diventati anche lacrime, da una parte e dall’altra hanno iniziato a conoscersi, a parlarsi: perfino (la parola sembra quasi incredibile e proprio per questo è ancor più forte) a fare “amicizia”. Se i familiari delle vittime hanno messo a nudo il loro perdurante dolore, dall’altra parte si sono trovati davanti persone alle prese con un peso apparentemente meno doloroso (loro sono rimasti vivi, diversamente dalle vittime di pistole e mitragliette) ma con un carico di responsabilità e domande forse ancor più pesanti.

Non aggiungo altro. Se non di leggerlo e divulgarlo, questo Il tempo sospeso di Ludovico Testa con Giovanni Ricci per le edizioni Pendragon. Il nostro Paese oggi ha bisogno propro di libri, e di esempio, come questo.

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