Confesso che mi sembrava poco più di una curiosità quella allestita all’Ape Museo su “Giovannino Guareschi fotografo”. E invece,

ora che dopo la mostra mi sono guardato con calma anche il catalogo su questo “Sguardo d’autore in bianco e nero”, mi sopno convinto che ci sia molto di più.

E’ davvero un destino strano quello di Giovannino, e nella nostra letteratura c’è davvero un “caso Guareschi”. Lo sintetizzo: Guareschi è da decenni osteggiato o trascurato dalla cultura di sinistra, ma forse qualcosa sta davvero iniziando a muoversi; Guareschi è da decenni esaltato da destra, ma senza una conoscenza completa che dovrebbe sottolineare la sua scarsa strima per Mussolini e i due anni trascorsi nei lager; Guareschi, infine, è comunque seguito e amato da lettori-spettatori di tutto il mondo, sia attraverso le sue pagine sia soprattutto grazie ai suoi film.

E proprio per questo la sensazione è che si possa (e si debba) ancora lavorare molto, su uno scrittore che si pensa di conoscere ma che probabilmente ha invece tanto ancora da svelare, e che può scrollarsi di dosso tanti stereotipi che nei decenni gli si sono incollati, o meglio gli sono stati appiccicati. Che non significa beatificare nessuno, anzi: Guareschi ha difetti e limiti (come tanti altri scrittori, peraltro), e il suo scrivere certamente è meno raffinato di tanti altri.

Ma più passa il tempo, forse anche per colpa di ciò che vediamo nuovamente succedere nel mondo, e più prende corpo l’importanza di altre caratteristiche di Guareschi: la sua continua ricerca (una volta tornato a casa dopo guerra e prigionia) delle composizioni pacifiche, e la sua capacità di fare arrivare questo concetto al cuore della gente. Le fotografie della mostra all’Ape Museo vanno dal 1934 al 1956, con l’ovvia interruzione degli anni del lager, e oltre a non essere mai banali anche dal punto di vista proprio fotografico, sembrano svelarci altri connotati dell’opera guareschiana: l’antiretorica, la ricerca dell’originalità, l’ironia (bellissimo l’autoritratto in pozzanghera), la volontà di estrarre l’anima anche dai luoghi, che si tratti di Parigi o di Assisi o della Bassa nella quale era nato. Ed è così anche per Milano, della quale da subito colse non solo l’attitudine a creare importanti occasioni di lavoro, ma in qualche modo anche la bellezza del capoluogo lombardo e dell’umanità che la abita, con la sua frenesia contagiosa. E aggiungiamoci una tendenza alla multimedialità ante litteram.

Insomma, Giovannino non è un semplice fotoamatore: da subito, quando inquadra una scena nell’obiettivo sta sperimentando; e di quelle sperimentazioni si gioveranno poi le sue pagine. Ecco perché quegli scatti vanno visti e rivisti, e studiati: c’è tempo fino al 28 giugno, in quell’Ape Museo di via Farini che (dopo le mostre sugli Spagnoli e sul manicomio liberato in omaggio a Mario Tommasini) anche con questa rassegna si conferma un fondamentale avamposto per la valorizzazione di quella Cultura che resta una fondamentale risorsa per Parma.

(Nella foto del titolo, il figlio Alberto davanti all’autoritratto del padre nella pozzanghera. Qui sotto altre foto della mostra):

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