Fatemi pure un po’ di tara, visto che sto parlarvi di un libro che

è scritto da mio fratello. Ma potete credermi: “Il ritorno del Maestro” (edito da Lim-Tascabili e scritto appunto da Mauro Balestrazzi) racconta una storia esemplare dell’Italia del Novecento, e la racconta in modo esemplare.

Ho detto “dell’Italia del Novecento”, e questo potrebbe far pensare a qualcosa di lontano, utile agli storici (o ai melomani) ma non a noi abitanti del confusissimo 2026. No, anzi: è proprio in queste storie che gli Italiani veri, quelli che vogliono bene al loro Paese, dovrebbero trovare le radici e gli insegnamenti più utili. Ben più che le goffe riabilitazioni di un Almirante, del quale semmai possiamo ricordare il periodo finale con l’omaggio a Berlinguer ed altre azioni da parlamentare, senza però dimenticare tutte le sue ombre durante e dopo la guerra…

No: qui c’è un gigante vero, che per di più appartiene alla nostra terra. Arturo Toscanini, infatti, non è stato “solo” il più famoso e ammirato direttore d’orchestra della sua epoca, al quale ancora si guarda per l’attualità e la forza di tanti aspetti delle esecuzioni da lui guidate. E’ stato anche uno dei più limpidi esempi, a livello nazionale ma anche internazionale (proprio per la fama che lo accompagnava in tutto il mondo) di lotta per la libertà contro le dittature. Una delle quali, purtroppo, prese piede proprio nella sua e nostra Italia, accompagnandosi poi all’altra sciagurata avventura di Hitler in Germania.

E’ lungo, e qui è dettagliato con precisione, il percorso che gradualmente portò Toscanini da una iniziale adesione al fascismo e alle idee di Mussolini, che però inizialmente si presentavano come un movimento rivoluzionario, ad un rapido allontanamento non appena Mussolini virò verso altri punti di riferimento, aprendo poi un percorso punteggiato anche di violenza, fino all’iniziativa della marcia su Roma. Poi vennero il delitto Matteotti e la progressiva trasformazione in dittatura: e qui del fascismo Toscanini divenne uno dei più importanti oppositori: importante proprio per la sua grande popolarità.

E proprio per questo, oltre che per l’iniziale consonanza, Mussolini fu a lungo prudente nei confronti del direttore d’orchestra Toscanini, “sopportandone” qualche allergia ai riti fascisti, come ad esempio l’esecuzione a teatro dell’inno Giovinezza. Finché, proprio per questo motivo, nel 1931 a Bologna Toscanini venne schiaffeggiato da alcuni dimenticabili cialtroni in camicia nera: questo fu lo spartiacque per la già radicata ostilità toscaniniana alla dittatura e al duce.

Gli impegni da direttore, e il contemporaneo connubio tra Mussolini e Hitler, aggiungono poi una dimensione internazionale ai piccoli o grandi gesti antifascisti di Toscanini. Ed è sconcertante quanto spregevole la serie delle iniziative (dalle intercettazioni telefoniche al ritiro del passaporto) con le quali i fascisti cercano di disinnescare la portata di quei gesti – regolarmente riportati con risalto anche oltreOceano – senza però arrivare ad uno scontro diretto e palese, nel quale Mussolini capisce che la grande popolarità planetaria di Toscanini avrebbe finito per nuocere all’immagine trionfalistica che il fascismo cercava di autocelebrare anche a livello internazionale.

Vado rapidamente, invitandovi davvero ad approfondire, e non solo con il libro di cui stiamo parlando: Toscanini è alla fine “costretto” all’esilio americano, e solo dopo 8 lunghi e tristi anni, seppur di grandi soddisfazioni lavorative negli Usa, potrà tornare nell’Italia finalmente liberata. Nel frattempo anche la sua Scala era stata ferita dai bombardamenti della guerra: così, è proprio nel teatro milanese che a lungo era stata la sua casa che Toscanini dirige quel concerto dell’11 maggio 1946 che segna davvero uno dei momenti fondamentali nella rinascita del nostro Paese. Una nuova Italia, che di lì a poche settimane avrebbe scelto col referendum la forma repubblicana, con piena condivisione di Toscanini che oltre al fascismo aveva finito per criticare sempre più fortemente anche la pavida e pasticciona monarchia dei Savoia.

Rubo al fratello solo tre righe: “Alle 21 precise si abbassano le luci e il pubblico si zittisce: il silenzio è improvviso, teso, quasi drammatico. Entra il maestro: la chioma candida di Toscanini passa fra il nero e il bianco degli orchestrali e il pubblico scatta in piedi in un’ovazione interminabile”.

Da brividi: si sarebbero contati alla fine ben 37 minuti di applausi, la cui eco si moltiplicò all’esterno e in Piazza Duomo dove erano stati collocati altoparlanti per i tanti che non potevano assistere direttamente al concerto. Toscanini era tornato con la sua grande musica, la Scala era rinata come simbolo di un’Italia di nuovo libera. Una festa e una lezione, anche se non tutti l’avrebbero e l’hanno poi capita. Ecco perché dico che Toscanini e quella serata andrebbero raccontati nelle scuole ai nostri giovani, se davvero vogliamo farli crescere con ideali adatti a costruire domani un’Italia migliore.

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