Comunque la si pensi, gli elettori di destra e di sinistra almeno su una cosa
dovrebbero essere d’accordo: l’avere scelto come rispettive leader GIorgia Meloni e Elly Schlein ha realizzato nella politica italiana una concreta parità di genere anche ai vertici dei principali partiti di governo e di opposizione. E nel primo caso, appunto, dopo ormai 80 anni abbiamo avuto per la prima volta una presidente (anche se proprio lei si ostina ad autodefinirsi “il” presidente) del Consiglio.
Sia l’una che l’altra hanno anche dimostrato fin qui di sapere reggere diffidenze e sgambetti degli “amici”, anche e soprattutto al maschile. Semmai, a voler cadere nello stereotipo, non è apparso di facile decifrazione il tono della corrispondenza al femminile fra Santanché e Meloni, a metà strada fra stima ribadita, amarezza di amica ma anche qualche cenno a metà fra stizza e “staremo a vedere”. Del resto, anche in questo, abbiamo visto uomini fare anche peggio (chi dimentica lo “Stai sereno” di Renzi a Letta, cui fece le scarpe pochi mesi dopo…?).
Quindi è ormai assodata la possibilità di una doppia leadership femminile per maggioranza e opposizione, così come un domani potrebbe nuovamente essere doppiamente al maschile o metà e metà. Semmai, sembrerebbe ora di poter leggere – e qui la distinzione femminile/maschile non c’entra proprio più – un momento di particolare delicatezza per le due leader. E potremmo dire in realtà che il momento è delicato per i due schieramenti: ad esempio per l’intervento di una terza leader al femminile, in questo caso anche “padrona” di casa quale Marina Berlusconi in Forza Italia. E non se la passa tanto meglio, in un consesso che è decisamente dominato dal maschile, Matteo Salvini nella Lega, contestato perfino dai “puri” della prima ora rimasti legati all’impostazione di Umberto Bossi, scomparso pochi giorni fa.
Ma torniamo alle due leader. Proprio in quanto leader, molto del futuro dei rispettivi schieramenti è nelle loro mani e nelle loro scelte: e, forse per la prima volta, in entrambe è forse affiorato qualche dubbio, che mi sembra anche sintomo di una soilitudine che ora provo a spiegare.
La Meloni, in un colpo solo, si è ritrovata con due vice messi in discussione nei loro stessi partiti (e almeno di uno dei due non è mai parsa avere vera stima…). Poi, oltre a incassarte la sconfitta nel referendum ha “dovuto” decapitare il ministero della giustizia, pur lasciando al suo posto quel ministro Nordio che a sua volta le ha creato imbarazzi durante la campagna referendaria. Ma qui, evidentemente, la macchia più grossa, pur senza rilievi penali personali, è ovviamente l’improvvida società gastronomica dell’ex sottosegretario Del Mastro con una famiglia in odor di camorra. Al ministero Del Mastro non c’è più, ma l’inchiesta va avanti. Infine la già citata Santanché: e anche se sacrificare tre persone (la terza è la Bartolozzi) è stato presentato come un colpo di coraggio e di ramazza di una leader che non fa sconti a nessuno, è altrettanto evidente che quelle tre persone se le era scelte lei, direttamente o indirettamente. E che con la vittoria del sì sarebbero ancora lì.Insomma, il colpo referendario è stato più robusto delle apparenze, e solo nei prossimi mesi vedremo quanto la Meloni, solitamente all’attacco, abbia anche la capacità di incassare per poi ripartire.
Ma neppure nel campo dei vincitori e delle vincitrici le cose sono poi così splendenti.
Se di Conte non è piaciuta la fretta (a spoglio ancora in corso) con cui ha lanciato “l’urgenza” delle primarie, neppure è piaciuta la risposta della Schlein, che pur parandosi dietro la priorità dell’alleanza e del programma, ha fatto capire che il tema della candidatura a premier è anche per lei molto importante e appetibile. Cosa che umanamente è comprensibile, ma che stona decisamente rispetto a ciò che la sinistra dovrebbe avere fra i suoi tratti distintivi anche rispetto alle destre: ovvero il bene comune prima delle ambizioni private.
Credo che a Conte e Schlein oggi occorrano pragmatismo e umiltà. Per motivi diversi, temo che nessuno dei due abbia oggi le caratteristiche che occorrono – in un Paese tendenzialmente moderato per non dire conservatore – per vincere le elezioni e per apparire premier più credibili della Meloni, che sarà certamente ricandidata salvo sconquassi. Conte teoricamente sarebbe credibile, visto che il premier lo ha già fatto per qualche anno, ma paga due grosse macchie, vere o presunte che siano: superbonus e gestione del piano sanitario del Covid. Ma anche Elly Schlein, diversamente dalla sua avversaria di destra che è magari più estremista ma lo è in una Italia nella quale c’è ancora gente che va a Predappio (mentre non trovereste altrettanti ignoranti disposti ancor oggi ad onorare le immagini di Stalin) non è al momento capace di attrarre voti per sfondare oltre il suo schieramento, rosicchiando agli avversari una parte del centro come riuscì a fare ad esempio Prodi.
Oggi alla gente di sinistra le lotte e le ambizioni personali non interessano per nulla: anzi. Pensino quindi Schlein e Conte e gli altri a stilare un buon programma, e lascino perdere le primarie nelle quali inevitabilmente ci si critica e ci si indebolisce a vicenda regalando anche agli avversari una bella lista di difetti già pronta per poi attaccare chi vincerà le primarie… Se ci sono figure più spendibili, non abbiano paura (e soprattutto non ne abbia la Schlein) di fare una delle cose più di sinistra possibili: fare un passo indietro per il bene della propria comunità.
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