Il fascino di Milano e della Scala. L’importanza di una pagina della Storia d’Italia. E poi anche un pizzico di
orgoglio parmigiano. per il fatto che quell’evento ebbe per protagonista uno dei figli più grandi della nostra terra, anzi due.

L’11 Maggio è una data da scrivere a caratteri cubitali nella Storia d’Italia. Certo non potremmo pensare di aggiungerla alle festività nazionali, ma è un passaggio che dovrebbe essere insegnato nelle scuole: e questo dovrebbero volerlo anche i veri “patrioti”, purché non trinariciuti e quindi in grado di capire i tragici danni del dittatore di Predappio. E’ una data, infatti, che come poche altre potrebbe e dovrebbe solleticare il nostro orgoglio nazionale e sollecitare la ricerca di una vera Italianità, non per la storia ma per il nostro terzo millennio.
Di che cosa stiamo parlando? Del concerto che appunto l’11 maggio 1946 segnò la riapertura del Teatro alla Scala di Milano, con il ritorno del più grande direttore d’orchestra dell’epoca: il “nostro” Arturo Toscanini. Ma quella del concerto è una storia che ne racchiude tante altre.

Innanzitutto la ricostruzione del teatro dopo i bombardamenti: un lavoro complicato tecnicamente ed economicamente, ma che l’orgoglio di Milano pose fra le priorità, per la consapevolezza di ciò che la riapertura della Scala avrebbe significato per tutta la città. Addirittura, i lavori iniziarono a guerra ancora in corso: sia i tedeschi prima (si era ancora nei mesi della repubblica di Salò) sia gli alleati in seguito furono d’accordo con questa “fretta”.

Che per la riapertura si potesse pensare ad Arturo Toscanini, da anni esiliato in America dove la sua fama era diventata ancor più internazionale, era quasi scontato, ma realizzare quell’idea non fu semplicissimo per almeno due motivi: i contratti americani di Toscanini e la sua ritrosia a misurarsi con una casa reale (i Savoia) che aveva avuto gravissime responsabilità nelle vicende del ventennio fascista e negli anni bellici, fino al pasticcio dell’8 settembre. Però alla fine Toscanini tornò, e fu davvero un grande avvenimento: fino al reingresso nel “suo” teatro e all’incontro con i “suoi” orchestrali: con grande commozione di tutti, anche se dopo un giorno il Maestro era già pronto a far partire i suoi urlacci verso gli strumentisti vecchi e nuovi durante le prove.

Ma poi, quell’11 Maggio, fu davvero indimenticabile. Il programma, oltre a Rossini, Puccini e Boito, non poteva ovviamente non comprendere anche il nostro più grande genio musicale: Giuseppe Verdi, con brani dal Nabucco (e potete immaginare la commozione per il Va’ pensiero) seguiti dall’ouverture dei Vespri siciliani e dal Te Deum.
Ascoltare ricostruzioni e ricordi proprio alla Scala, come è accaduto sabato con un ulteriore intervento parmigiano grazie al libro su quel concerto appena pubblicato dal fratello storico musicale, Mauro Balestrazzi, e vedere al contempo i pannelli rievocativi con foto e articoli d’epoca è stato in certi momenti da brividi. Oggi, poi, il Nabucco è tornato a riecheggiare con la direzione di Chailly davanti anche al Presidente Mattarella.

Sì, quell’11 Maggio si incastra alla perfezione fra Liberazione e Referendum con la nascita della Repubblica. E gli studenti, anzi tutti i giovani italiani compresi i figli delle migrazioni, dovrebbero conoscere bene quella storia, perché contiene tanto di ciò che servirebbe all’Itallia di oggi.

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