E’ il “monumento” a un sognoavere visto insieme. A un avvenimento mai avvenuto realmente. O forse sì: se pensiamo a

quanti milioni di persone hanno letto e sono state conquistate da La Certosa di Parma di Enrico Maria Beyle, detto Stendhal, potremmo in fondo pensare che sì, quel fatto è davvero esistito almeno nell’immaginario di tanti lettori in tutto il mondo. E quella stessa lapide è in fondo a sua volta una suggestione, che tanto ci dice di una certa Parma che ora noi dovremmo studiare e provare a ricreare.

Ma andiamo con ordine. Dopo i due capolavori di Benedetto Antelami ( la Deposizione in Cattedrale e i Mesi nel Battistero), il viaggio del nostro Non è mai troppo Parma contro la nostra ignoranza parmigiana fa un balzo in avanti fino al 1839, quando Stendhal pubblica un suo romanzo destinato a segnare la Storia della Letteratura, appunto La Certosa di Parma. E a Parma questa storia arriva subito dopo Waterloo: è in quel periodo che le travagliate vicende di Fabrizio del Dongo – prima aspirante soldato, poi monsignore – si mescolano con quelle della corte di un immaginario Principato di Parma e poi con la vita e i sentimenti di Clelia Conti, figlia del governatore della Cittadella di Parma, ovvero la fortezza nella quale Fabrizio era stato recluso.

Le ispirate pagine stendhaliane del loro amore distante e “a vista” si mescoleranno poi con altri intrecci e con la fuga di Fabrizio. Che poi torna alla sua vita da monsignore, con prediche di grande efficacia e passione. E’ qui che i due si rivedono, ed è qui che nasce l’appuntamento al quale la lapide fa riferimento.

Siamo in borgo Pietro Giordani, ovvero la laterale che sbuca in via Garibaldi esattamente all’altezza dell’Oratorio dei Rossi. E qui arriva la seconda parte della storia, che non ha più Stendhal come autore, bensì la Gazzetta di Parma che nel 1959 ebbe un’intuizione straordinaria: apporre una targa nel muretto dei Giardini di San Paolo per ricordare il luogo ove Stendhal pose “alla luce del Correggio / il primo convegno d’amore / di Fabrizio e di Clelia”.

C’è della genialità vera in tutto ciò: fissare nella memoria un luogo immaginario di un fatto mai avvenuto e comporlo con la vicina “luce del Correggio”, poiché effettivamente il giardino separa l’ingresso di borgo Giordani da quello della bellissima Camera di San Paolo affrescata appunto dal Correggio. E’ quindi Letteratura che prende corpo, immaginaria e reale allo stesso tempo, e che si fonde con l’Arte ad altissimo livello.

Qualcuno dirà che in tutto ciò c’è anche il vizio parmigiano della millanteria, visto che qualcuno ha messo in dubbio l’identificazione dei luoghi con la nostra città, ed altri (Antonio Delfini) hanno individuato in Modena la vera città del romanzo. Ma ci sarà pure un motivo se Stendhal scelse Parma, che pare avesse visitato, per il suo titolo, e se da lì arrivò poi la celebre frase di Proust sulla città “color malva”.

Insomma, più che una targa (e un ristorante e a suo tempo un albergo), a Stendhal avremmo dovuto edificare anche un monumento. Lo spiegò, stupendamente, Pietrino Bianchi nella sua introduzione al volume fotografico Cara Parma, con le immagini di Carlo Bavagnoli: “Sia stato a Parma o no, Stendhal ha penetrato tuttavia con l’acutezza ineffabile del genio il segreto della città”. Come dire che la migliore Parma possibile dovrebbe essere quella capace di specchiarsi nell’invenzione raffinata delle pagine della Certosa.

Ecco perché, al di là della curiosità dell’episodio, della bellezza ahimè non coltivata di quel Giardino, e della vicinanza con le invenzioni geniali del Correggio, la targa dell’incontro nel buio tra Fabrizio e Clelia segna un fatto immaginario, ma forse anche il più “concreto” per chi voglia pensare il futuro di Parma nel nome della Cultura e dei grandi che in qualsiasi modo hanno illuminato la Storia della città.

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